domenica 21 marzo 2010

Il "mito dell'economia" secondo Serge Latouche

Preso alla lettera, il messaggio dell’economista e filosofo francese Serge Latouche assume un insolito sapore escatologico, un annuncio della fine dei tempi che talvolta sfiora i toni della predicazione millenarista. Perché nel volume L’invenzione dell’economia, da poco nelle librerie per Bollati Boringhieri nell’ottima traduzione di Fabrizio Grillenzoni, abbondano frasi apocalittiche come le seguenti: “Questo totalitarismo dell’economia è destinato a portare, nel tempo, alla morte dell’economia, e forse dell’umanità stessa. L’assurdità di una vita di cui l’economia è insieme il mezzo e il fine si smaschera, e con ciò si smaschera il vuoto fondamentale della vita. Tanto vale suicidarsi e farla finita subito”. Davvero sinistro. Oppure si legge: “Il sole della modernità e dell’economia ha raggiunto il suo occidente, cioè il luogo del suo tramonto”. Annuncio quasi spengleriano. Ma ancora: “La monetizzazione di tutto e di ogni cosa alla quale oggi assistiamo provoca il collasso delle significazioni”. Enigmatico.
D’altronde, Latouche è celebre per le sue tesi anticonformiste, enunciate ad esempio in Come sopravvivere allo sviluppo (2005), in La Megamacchina (1995) o nel Breve trattato sulla decrescita serena (2008); ma in L’invenzione dell’economia, se si escludono le provocazioni appena citate, inutilmente si cercherà la moneta catastrofista oggi così facilmente spendibile nel l’era della crisi economica planetaria. Nella prefazione all’edizione francese, apparsa nel 2005, Latouche ricorda che la genesi di questo libro affonda in tempi remoti e non sospetti, quando il mito dominante era quello dell’espansione illimitata.
All’epoca fiorivano interpretazioni dell’agire economico che promettevano vertiginosi, inarrestabili incrementi progressivi. Grandi personalità della scienza, come il biofisico Stuart Kauffman, ragionavano intorno ai “possibili adiacenti”, che in economia si sarebbero tradotti in sempre maggiori livelli di complessità, quindi di ricchezza. Anche il massmediologo Derrick de Kerckhove, allievo e prosecutore di Marshall McLuhan, illustrava grafici che connettevano la crescente velocità dell’informazione all’accelerazione economica e finanziaria, prospettando mirabolanti futuri contingenti. E in definitiva l’infelice teorema di Francis Fukuyama, la cosiddetta “fine della storia”, si reggeva sulla prospettiva dell’espansione senza limiti del mercato planetario.
Oggi, invece, anche i sostenitori dello sviluppo illimitato confessano alcune incertezze, e l’industria editoriale vi si adegua. Così, per esempio, l’edizione italiana dell’ultimo libro di Niall Ferguson (accanito sostenitore del modello evoluzionistico in economia) si intitola Ascesa e declino del denaro, mentre lo stesso testo nell’edizione originale si presentava senza incertezze con un trionfalistico The Ascent of Money.
Ma perché considerare l’economia una “invenzione”? Il libero scambio, la moneta, il prestito a interesse e il concetto stesso di merce sarebbero dunque paragonabili alle scoperte e applicazioni della macchina a vapore o dell’elettricità? È possibile ripensare la storia in assenza di sistemi produttivi e finanziari? È concepibile l’homo senza l’aggettivo oeconomicus? Se l’economia è davvero un’invenzione maledetta, generatrice di ossessioni utilitaristiche senza fondo e senza scopo, è corretto auspicare una società priva delle leggi economiche oggi conosciute e accettate? Non si sfiora forse il sogno degli anarchici? Soprattutto, è realistico pensare a un mondo privo del denaro, eppure sovrabbondante di beni e di servizi?
I poeti, i letterati, ci hanno provato. Ezra Pound, nei suoi scritti economici, denunciò l’allucinazione, la mania e l’idea fissa del mercato, come si sa. Lo scrittore di fantascienza Herbert George Wells, in Uomini come Dèi, descrisse dal canto suo la civiltà senza denaro e senza merci degli utopiani, gli abitanti di una immaginaria dimensione parallela. Da queste radici migliaia di emuli.
Latouche apparentemente non si spinge così lontano, o per meglio dire non si dichiara. Certo è che in L’invenzione dell’economia troviamo una rigorosa analisi storico-critica che muove da lontano: dall’Aristotele dell’Etica nicomachea fino alle sorprendenti radici agostiniane e gianseniste del capitalismo, passando per l’invenzione lessicale del termine “economia”, per la fondazione dell’ideologia lavorista, per la costruzione di una “fisica sociale”, per la inevitabile distruzione del concetto di communitas per la pressione inesorabile del capitale finaziario. L’ascendenza metafisica – studiata con acume in oltre i due terzi di questo arduo testo - certamente sgomenta, ma a ragione consente di parlare di una vera e propria “religione dell’economia”, e della sua specifica “dogmatica”.
La pietra di paragone non poteva che essere l’opera di Adam Smith: forse il capitolo più impegnativo del libro. Con la mediazione e critica del pensiero di Depuy, Latouche riesamina il movente fondamentale, l’impulso primario – se si vuole – che si cela dietro ogni accumulazione capitalistica. Era rovello dell’autore della Smith della Ricchezza delle nazioni, e lo è ancor oggi per ogni economista. Ed ecco sorgere, del tutto inatteso, il confronto con René Girard, il grande antropologo e filosofo, teorico del capro espiatorio, del meccanismo persecutorio e della rivalità mimetica. Al fondo del processo economico potrebbe infatti celarsi il desiderio di approvazione degli altri, mutuato dal possesso e dall’ostentazione: forma trasversale e a-culturale di narcisismo collettivo, che si risolve nella fondazione di un autentico mito. Il mito economico, per l’appunto.
Se non che, come è noto, in Girard la rottura dell’indifferenziazione originaria si traduce nell’esercizio generale della violenza mimetica, e infine nella designazione della vittima sacrificale, del capro espiatorio. Apparentemente il mito economico volgerebbe lo stato di violenza latente in ogni organizzazione sociale nella pace necessaria al commercio. Ma a ben vedere il capro espiatorio è sempre lì: nella natura violentata e dominata, nelle masse espropriate e sfruttate, nelle frequenti crisi economiche e finanziarie, nelle guerre, o dietro l’alibi dell’uguaglianza giuridica e mercantile.
Certo, il desiderio mimetico può percorrere vie opposte. Da un lato esso può volgersi nell’interiorità, e praticare la cura dell’anima e la saggezza. Dall’altro esso può ben realizzarsi nell’acquisizione della ricchezza.
In fondo, entrambe le vie sono forme di “speculazione”, cioè di relazione dell’Io con gli Altri. Solo che questa Alice perennemente davanti allo specchio può tendere sia all’esteriorità, quindi alla proprietà, al fasto e a tutto ciò che il denaro può comprare, comprese le anime, sia all’acquisizione dei saperi e delle virtù, attraverso l’acquisizione degli strumenti della conoscenza. Entrambe, però, a ben vedere, esperienze profondamente faustiane, e infelici, perché ambedue uniformate all’accumulazione progressiva, entrambe accomunate dalla necessità di trasformare un processo vitale in astratto capitale. Tutto sommato, un libro che lascia pochi spiragli.

martedì 5 gennaio 2010

Roberto Saviano: l'arte di narrare l'odio e l'amore

Prima dell’intervista a Panorama in cui Roberto Saviano svelava le sue sorprendenti letture, lo scrittore napoletano era stato nominato socio onorario dell'Accademia di Brera… Ed è tornando con la memoria a quella giornata che ci si rende conto quanto Saviano non sia un personaggio posticcio ma una persona vera. Una cerimonia quasi “free”, come si addice allo stile poco paludato degli artisti. Ma ciò che colpisce è il rapporto instauratosi tra lo scrittore e l'uditorio: studenti breriani, giovani e giovanissimi, richiamati in un baleno dal micidiale tam tam degli sms, delle email, di Facebook, di Twitter.
Tutti in ascolto attentissimo, in religioso silenzio, in massima parte sfidando le oltre due ore trascorse in piedi, pigiati come sardine.
Colpisce e fa pensare proprio questa grande capacità di ascolto, davvero rara in un panorama mediatico affollato da personaggi che si parlano addosso, che praticano l'interruzione sistematica, l'insulto o l'aggressione come scontati succedanei del dialogo. Una lezione di compostezza che commuove ancor più perché gli attori sono virtualmente figli o nipoti delle generazioni che oggi occupano lo spazio della parola pubblica. Sono i giovani senza “voce in capitolo”, per l'appunto, ma che all'occorrenza sanno prendersela con la forza.
Però, di fronte, o meglio, in mezzo a loro, questa volta c'era una persona particolare: simile l'abbigliamento, analoghi i gesti, identico lo sguardo, indistinguibili le movenze. Potrebbe essere lui, Saviano, uno studente tra gli studenti, e del pari uno studente o una studentessa potrebbero trovarsi al posto suo, in un scambio delle parti che affascina e un po' inquieta.
Parla di camorra, Saviano, dopo i ringraziamenti di rito. Il suo pubblico di quasi coetanei gli fa da specchio. Tra loro lo chiamato familiarmente “Roberto”, quasi a rimarcare una distanza che non c'è, quasi a sottolineare una vicinanza non solo anagrafica ma anche situazionale.
Colpisce davvero il modo in cui Saviano parla alle folle. Lo fa con linguaggio immediato, quasi ruvido, ma chi è del mestiere capisce che dietro c'è cura e studio. Si avvale di supporti tecnici raffinati ma non straordinari, patrimonio comune dei ragazzi di ogni latitudine e condizione. Dal suo portatile, collegato al proiettore, scorrono siti e immagini. Parla di camorra, Saviano, e parla delle sue molteplici e singolari esperienze di vita, consumate quando era ancor più giovane della media di chi ora lo ascolta; ma mentre la mano sinistra regge il microfono, la destra si muove agile, in alto e in avanti, mimando i gesti tipici del rapper. E il rap, a un certo punto del discorso, o meglio della narrazione, spunta davvero. Basta una semplice connessione a YouTube ed ecco la viva musica di un sincopato rap napoletano. Canta la mattanza quotidiana, lo spaccio, lo squallore della periferia, la vita di tanti, di troppi, che è vita perduta e comunque amata.
Musica e parole hanno descritto tutto questo anonimo orrore due anni prima delle grandi inchieste – dice Saviano –. Musica e parole hanno raccontato più di tanti voluminosi libri di sociologia. Bastava ascoltare – dice Saviano – era già tutto lì.
E traduce, Saviano. Traduce da un vernacolo che non può esser definito neppure “napoletano”, perché è un linguaggio ibrido, contratto. Lingua franca degli slum. Alcuni studenti dal look rasta ascoltano e accennano danze, guardano con gli occhi, ma guardano anche con le orecchie, e rispondono col corpo.
Modula l'accento, Saviano, transitando con maestria dall'asettico italiano al dialetto. L'inflessione, lasciata cadere ad arte, colora di appartenenza la sua storia. Un'appartenenza tra le tante, tutte insieme egualmente degne.
Affascina, Saviano, quando svela il vero significato delle parole, quasi sempre violente, sempre estreme. Sapete che vuol dire “Finisce c'a catena 'n faccia”? Io l'ho visto – dice Saviano – perché quando si ammazza uno e questo cade a faccia in giù la catenella d'oro salta e si piazza sulla faccia, e lì si attacca, come incollata dalla morte. E poi della morte in quei posti si ha un concetto tutto diverso – dice Saviano – si partecipa alla morte. Tutti nel quartiere sanno quando uno “deve” morire. Diventa un fatto collettivo, quasi sociale.
E poi c'è il gusto della morte – dice Saviano – tanto è vero che io a un certo punto dovevo andare a vedere di persona. Sempre. Per capire, per rendermi conto della realtà. Quando uno viene sparato nello stomaco, per esempio, senti la puzza di quello che ha mangiato, ma non ti fa paura.
C’è perfino una “educazione sentimentale” che viene dalla violenza e dalle condizioni estreme – dice Saviano – perché in queste realtà i sentimenti sono forti, sono veri. L'amicizia, l'amore, l'appartenenza non sono un gioco, anche se per essi ti puoi giocare in un attimo la vita. Ti spieghi allora la forza di penetrazione dei neomelodici, che aggirano il mercato ufficiale e catturano un successo incredibile, snobbati dalla critica e dagli intellettuali – dice Saviano – che a questa casta in realtà appartiene quanto e più di tanti altri.
E dunque amore e morte, e poi violenza, audacia, paura, brutalità, passione: questi gli ingredienti. Antichi come il mondo. Ma sempre nuovi, esattamente come il mondo che rinasce alla vita, dietro gli occhi e dietro i pensieri dei giovani. A patto, però, che li si sappia raccontare, a condizione di usare il linguaggio giusto, che mai come al giorno d'oggi deve essere un linguaggio altamente emozionale. Saviano: una sirena che affascina e commuove, come gli antichi cantastorie. Saviano il retore, come sarebbe stato qualificato in un tempo remoto, prima che la parola assumesse un significato negativo, non si sa bene perché. Oggi egli si definisce “scrittore”. Ma prima ancora, questo suo saper narrare cose bruttissime ma anche bellissime, come lo sono tutte le vere storie, lo colloca in una posizione lasciata incautamente sguarnita dai tanti consiglieri delle masse che affollano di noia le serate televisive e le piazze telematiche. Se saprà reggere la tensione interiore, questo virgulto di una nuova retorica riserverà in futuro molte molte sorprese.

sabato 26 dicembre 2009

Il punto debole del web (che pochi vedono)

Sì, ma che fine ha fatto la famigerata influenza A, terrore delle famiglie italiane per mesi e mesi? Poche settimane fa non si parlava d'altro. Telegiornali e quotidiani stilavano avvilenti bollettini dei decessi sospetti, inseguivano a un di presso scienziati di mezzo mondo impegnati in frenetiche ricerche, aggiornavano ogni due minuti le risposte del governo, E poi armate di Topi Gigi arruolati nelle pubblicità-progresso prodigavano geniali consigli sulla migliore profilassi. Roba tipo: soffiarsi il naso quando si ha il moccio, starnutire nel fazzoletto di carta usa e getta, lavarsi spesso le mani e consultare il medico in caso di tosse e di febbre.
Infine, plotoni di esperti affollavano le trasmissioni televisive e le pagine dei quotidiani nazionali, da Unomattina allo speciale sulla salute del Corriere della Sera, in un crescendo da vera e propria psicosi collettiva che ricordava Il grande contagio, il noto romanzo di Charles Eric Maine sulla pandemia universale.
Naturalmente il web non era da meno, anzi rincarava la dose almanaccando perfino su oscuri compotti internazionali e anche su ipotetici virus sperimentali fuggiti da segretissimi laboratori; tutto questo e altro ancora democraticamente affiancato ai forum di mamme preoccupate o ai blog su come procurarsi il miglior kit per la protezione delle vie respiratorie. Poi più nulla. Di botto, o quasi.
In realtà nulla di strano. E' accaduto quello che accade da sempre sempre nel media system, dove le notizie sono incatenate all'agenda, la cosiddetta agenda setting, e in cui (sulle lunghe distanze temporali) l'escalation informativa è possibile solo a patto che vi corrisponda una reale escalation dei fatti. Altrimenti, dopo un periodo più o meno lungo, la notizia non fa più notizia e si deve giocoforza passare ad altro, anche perché nel vasto mondo le novità incalzano.
Tutto questo offre materia per una riflessione legata alla cronaca. I noti fatti recenti hanno infatti posto al centro della discussione la "necessità", l'"opportunità" o la "convenienza" di porre un freno all'invadenza mediatica del web e in particolare dei social network. Fluviali pareri "pro" e "contro" hanno di volta in volta elevato faceboock, Twitter, MySpace o Netlog a istigatori della violenza collettiva, oppure a paladini della libertà. Si è straparlato di rete di "destra" o di "sinistra" (come se la rete, per la precisione una rete a invarianza di scala come il web, potesse esibire una specifica chiralità, come se potesse manifestare una sua intrinseca specularità politica!) e sono volate parole grosse da ambo le parti. Troppo grosse.
Solo alcuni - tra questi Umberto Croppi, assessore alla Cultura del Comune di Roma - hanno opportunamente commentato che chi pensa di intervenire sulla rete semplicemente non conosce la rete. Benissimo. Perfetto. Ma in che senso?
Ebbene, il laboratorio mediatico che sperimentiamo giorno dopo giorno mostra da tempo alcune peculiarità. Innanzi tutto bisogna sfatare l'idea che il web, e in particolare al suo interno la galassia dei social network, sia un propulsore di sentimenti collettivi, se non addirittura di impetuosi marosi ideologici capaci di sovvertire equilibri politici o addirittura interi goversi. Il web può essere senza dubbio sbalorditivo e fulmineo veicolo di notizie e di situazioni, e può essere anche un potente medium politico in occasione delle elezioni, a patto che si conoscano e si adoperino correttamente i segreti del viral marketing, ma in quanto a tenuta emotiva esso vagola disperatamente dietro alla televisione e perfino ai giornali. Possibile? Possibile!
E infatti il web - questo il punto - non ha una sua estetica. Esso ne ha forse diecimila, quindi nessuna. Esattamente l'opposto della tv, che per sua intrinseca natura non può fare a meno di rivestire un personaggio, o un evento, anche se improvviso, inaspettato, di una sua precisa connotazione sensoriale universalmente riconoscibile.
Ma allora il web cosa fa? Esso corregge la tv, e in certa misura anche i giornali quotidiani. Se certi personaggi, determinati avvenimenti o specifici riti riescono a far vibrare nel bene o nel male le corde del pubbico televisivo, essi provocheranno l'immediata e ancorché affannosa risposta del web. Si è insomma in due campi opposti e mediaticametne antagonisti. E più le risposte del web sono varie e accese, più la Tv (ma in misura diversa anche la stampa tradizionale) sa di avere colpito nel segno. Così anche i social network, i quali confermano o smentiscono ciò che è all'ordine del giorno, ma più spesso fanno entrambe le cose, e insieme, in ogni caso correggendo il tiro della televisione e della stampa.
Tuttavia, sono sempre gli ultimi due campi che danno il ritmo al terzo campo, quello virtuale. Come un tempo l'esercizio quotidiano e popolare dell'oralità correggeva i vincoli inflessibili della scrittura, così oggi il web, lasciando traperale le innumerevoli e varie reazioni dei più, corregge la comunicazione esteticamente univoca della tv, o quella ideologicamente inquadrata della stampa. Ed ecco perché, una volta spenta la breve luce dei riflettori, anche all'argomento all'ordine del giorno nelle community online tocca dormire un fatale sonno eterno.

lunedì 23 novembre 2009

Il medium-robot


L’immaginario robotico è un fenomeno di massa pervasivo e sfuggente, ma da tempo esso è ormai anche il principale codice di riconoscimento della cosiddetta cyborgian society. Questa nuova categoria sociale, caratterizzata da una diffusione globale e da una complessa dinamica relazionale, basata sulla prevalenza dei legami deboli, ha selezionato l’immagine del robot come sua naturale raffigurazione proiettiva. Però, quando l’immagine si trasforma in simbolo, quando essa non suggerisce più soltanto reazioni automatiche, per esempio di terrore, di attrazione, di meraviglia, come accade per le maschere tribali, ma al contrario diventa la chiave di un processo metaforico senza limiti, siamo certamente in presenza di un intero cosmo culturale in via di formazione.
Non è la prima volta che ciò accade, ma è la prima in cui il transito da una riproduzione mimetica di un fenomeno all’elaborazione del simbolo, e dell’icona, in grado di compendiare una proiezione psichica collettiva, avviene per il tramite di qualcosa che nella natura semplicemente non esiste: una prohibita imago.
Eppure, questa stessa immagine poco ha a che fare con la tecnologia degli automi. Infatti, la robotica è senza dubbio molto più nota che realmente conosciuta. Essa genera aspettative o inquietudini, spesso del tutto estranee alle innovazioni effettivamente introdotte.
Siamo quindi in presenza di un fenomeno di contagio collettivo, e un esame sia pur sommario delle sue origini può forse orientarci in un territorio di non agevole valutazione.
Siamo in realtà abituati alle manifestazioni di contagio collettivo. Ne subiamo razioni quotidiane ogni volta che entriamo in contatto con l’universo delle merci. Però, istintivamente, sappiamo che i simboli e i referenti di questo smisurato insieme di aspettative e di desideri contagiosi è il più delle volte guidato da sistemi globali altamente diversificati, strutturati e organizzati: per l’appunto high-oriented, come ad esempio, la moda, l’Art System, l’industria dei videogiochi, delle automobili o del cinema. Questi mondi, che erigono le proprie fortune sulla manipolazione dell’immaginario, utilizzano però, prevalentemente, una comunicazione fondata sulla relazione uno-molti.
Qui la prima differenza: l’immaginario robotico è infatti soprattutto self-oriented, poiché fa capo a una forma estremizzata di concettualizzazione delle facoltà umane. La crescente attenzione per la robotica deriva certo anche dalle sue vistose ricadute pratiche, ma dal punto di vista della formazione dell’immaginario tutto ciò non è determinante. Lanciando il query “robotic” su Google, si segnalano oltre undici milioni di siti. Quanti sono scientifici? Su YouTube i video sui robot sono tra i più seguiti. Come mai?
Anche la stampa tradizionale subisce il contagio. Negli ultimi anni articoli, libri o periodici dedicati al tema sono straordinariamente aumentati, anche in Italia (ad esempio il neonato bimestrale «IF»). Per non dire del cinema, che propone prodotti assai diversificati, da Wall.E della Disney ai nuovi Terminator, alla serie dei Transformers, che al di là delle banali sceneggiature risulta forse la migliore metafora visiva della nuova simbiosi tra uomini e macchine. E poi da decenni l’industria giapponese delle anime e dei manga esporta migliaia di protagonisti robotici. Star della musica pop e rock, adorate dalla cyborgian generation, cavalcano la tigre robotica. Per esempio Björk, oppure i Tokio Hotel, i quali hanno intitolano l’ultimo loro album Humanoid, offrendo nel videoclip una profusione di robot.
Questa possente proliferazione indica che il sistema della comunicazione si comporta come una sorta di sismografo psichico che registra (e amplifica) un vero passaggio di stato: l’acquisizione di una nuova condizione dell’esperienza. Per essa, non l’uomo ma la macchina diventa il modello, l’archetipo, l’habitat, l’humus e l’alimento. Tale transito è stato preceduto da almeno tre fasi, riconoscibili nelle opere degli scrittori e degli artisti, ma assai meno nelle invenzioni e nelle teorie scientifiche.
Si ritiene che la favolosa casistica degli androidi o dei meccanismi zoomorfi si perda nella notte dei tempi e non vi è autore che non si senta in dovere di ricollegare l’immaginario contemporaneo alla più remota antichità. Ma le cose non stanno affatto così. Solo a cominciare da un’epoca ben identificabile si inizia idealmente a ‘umanizzare’, e fino all’estremo, ciò che è artificiale. Infatti, prima di allora, sia nei miti che nella letteratura il tema dell’uomo (o dell’animale) artificiale implicava l’inganno: coup de théâtre è sempre lo svelamento della verità, in questo caso della desolante verità di un arido meccanismo.
Anche sul piano filosofico si riconosce una mutamento di prospettiva collocabile nel periodo storico che stiamo assumendo quale ideale spartiacque. Moshe Idel, nel suo monumentale saggio sul Golem (1990), ha mostrato che il dibattito sulla possibilità della creazione della vita artificiale è documentabile da almeno diciassette secoli, intendendo per ‘vita artificiale’ solo un sembiante dinamico privo di ‘anima’: distinzione cartesiana che nei circoli esoterici precede Descartes. Del pari, egli nota che tali discussioni si esaurirono con l’approssimarsi dell’età moderna. Dunque, il passaggio dalle tecniche alle prime autentiche tecnologie (discorsi, ragionamenti, metodologie rigorose che investono la tecnica) modificò il confine ideale tra l’artificio e la natura, inaugurando nuove auto-rappresentazioni dell’uomo. Tale concettualizzazione incoraggiò la progressiva ‘artificializzazione’ degli umani, e la graduale umanizzazione degli artefatti.
Anche l’evoluzionismo ebbe un ruolo. 'Evoluzione' in fondo significa impermanenza. Se il vivente emergeva in virtù di un immane processo di trasformazione e di coevoluzione, allora anche l’uomo doveva valutare se stesso quale specie in progress, e intelligenza in progress, per effetto della cerebralizzazione. Ma se le facoltà cosiddette 'superiori' derivavano dalla selezione, perché mai non esportare questo principio alle ‘specie’ tecnologiche, magari ammettendo un’evoluzione di stampo lamarkiano?
Ecco che scrittori di vario talento furono sedotti da questo nuovo concetto. Personaggi artificiali fantastici e manufatti ontologicamente incerti iniziarono a popolare le pagine. Nel corso del diciannovesimo secolo nacquero le macchine schiaviste di Samuel Butler, gli automi ribelli di Fitz James O’Brian, l’Olimpia di E.T.A. Hoffmann, il ballerino meccanico di Jerome K. Jerome, le locomotive e le automobili umanizzate di Joris-Karl Huysmans, il Pinocchio di Collodi, il supermaschio metallico ed elettrico di Alfred Jarry e l’ineffabile Hadaly di Villiers de L’Isle-Adam: andreide – quest’ultima - infinitamente inquietante proprio a causa della sua perfezione. Perché Hadaly è la ‘madre’ ottocentesca di tutta la successiva progenie dei robot intelligenti e sensibili.
Queste proiezioni sono ancora in bilico fra i territori della magia e quelli della scienza. Gli autori che nell’Ottocento si cimentano con queste nuove entità paraumane sono al più raffinati letterati, ma poco o punto edotti nelle scienze dure. Chi invece le lambisce, chi ne ha qualche idea, si accontenta di descrivere meccanismi favolosi ma non angoscianti, come ad esempio il curioso elefante-locomotiva-robot di Jules Verne. Nulla di paragonabile per forza e profondità agli incubi razionali, come il Frankenstein di Mary Shelley, che è robot solo in parte, in quanto animato dall’elettricità del fulmine, pur restando un macabro assemblaggio di organi di incerta provenienza. Eppure, si trattò della prima ancorché bizzarra immagine di ciò che oscilla tra il vivente e l’inanimato, l’inerte risvegliato dalla tecnologia: se non proprio un elettromeccanismo antropomorfo, perlomeno qualcosa di analogo, perché costruito in laboratorio.
Si tratta in realtà dell’altro grande filone dell’imagerie robotica, che matura con i robot di Josef e Karel Čapek, per poi crescere e moltiplicarsi assumendo per esempio l’aspetto degli umani robotizzati in L’angoscia delle macchine di Ruggero Vasari, dei replicanti di Philip K. Dick, dei neoroidi di Shinzoningen Casshern di Hiroshi Susagawa.
Però, già dai primi del Novecento si apre la seconda fase dell’iconografia robotica. Certo, i calcolatori elettronici sono di là da venire, però le basi logico-matematiche hanno fatto passi da gigante. E poi all’elettricità si affianca l’elettronica, che ottiene i primi risultati. Ingegneri e scienziati sognano robot che prefigurano gli attuali e si notano psicologi che precorrono i tempi; per esempio il cognitivista Edward C. Tolman, che investigando sul modo in cui fattori ad alto livello come le motivazioni, le cognizioni e i propositi siano incorporati agli stimoli e alle risposte sensoriali, pervenne a un modello che di fatto anticipò le attuali architetture robotiche che tentano di riprodurre comportamenti intelligenti.
Il nuovo clima si riflette nella letteratura di fantascienza, e questa a sua volta formula ipotesi e azzardi, anche perché le invenzioni letterarie non devono esibire prove sperimentali. Si registra però un fatto rivoluzionario: alcuni scienziati, ingegneri o esperti in tecnologie iniziano a praticare i territori della fantascienza in prima persona. Ad esempio Hugo Gernsback, esperto di elettronica, fu anche il primo importante editore del genere. Ma il più noto è Isaac Asimov, che ai robot dedicò oltre la metà della sua sterminata produzione. Una peculiarità – quella degli scienziati-scrittori - che si perpetua nel dopoguerra; si pensi all’astrofisico Fred Hoyle, coautore di A come Andromeda, il cui protagonista è una gineide geneticamente umana ma costruita da un computer di provenienza aliena, quindi è un robot protoplasmatico. E citando gli italiani, si pensi a Roberto Vacca, ingegnere e autore di romanzi sui robot, o a Primo Levi, sommo scrittore, però anche chimico, nonché autore di vari racconti sugli androidi, meno conosciuti ma non per questo meno interessanti del resto della sua produzione.
In questa seconda fase si riconosce l’esercizio critico della scienza. La nuova progenie dei robot non è più soltanto una proiezione visionaria, e non è statica. Al contrario, spesso gli scrittori praticano utili esperimenti mentali, che presuppongono nozioni non banali di ingegneria inversa. Probabilmente un ‘cervello positronico’ non sarà mai inventato, ma leggendo si capisce che Asimov pensava già alle reti neurali. Si intuisce che le macchine intelligenti e interagenti potrebbero emergere da strategie evolutive diverse benché convergenti. Robot e umani prendono a condividere (nella fantascienza, ma anche nella realtà) lo stesso Umwelt, non senza conflitti. Anzi, si può affermare che la madre di tutte le roboetiche sia maturata in quel clima intellettuale. Non si spiegherebbero altrimenti le asimoviane tre leggi della robotica, più la quarta (l’universale legge zero), se non fossero stati valutati in nuce problemi di natura giuridica, quindi etica, riguardanti i limiti, i divieti e le concessioni derivanti dalle interazioni tra gli uomini i robot.
Parimenti, fin dagli anni ’20 le proiezioni catastrofiste si incarnano in nuovi mostri, creati però non dal sonno della ragione ma dalla stessa ragione. I robot assassini di Čapek nascono dalla mente del dottor Rossum (ovvero, in ceco, il dottor ‘Ragione’). Si assiste alla nascita di un incubo a occhi aperti che conquisterà le folle. Parliamo della spaventosa visione del robot divoratore di uomini, del robot cannibale: l’umanoide alla Terminator, che non si limita a voler distruggere il suo creatore ma che si spinge oltre la soglia dell’estremo tabu, materialmente fagocitando la specie umana. Così accade nella celebrata (a torto) trilogia di Matrix, che saccheggia una sterminata letteratura preesistente.
Tremore, timore, ed anche estasi inaudite, ricorrono in queste estreme produzioni dell’inconscio collettivo; però si deve aggiungere che la grande fortuna dell’attuale iconografia robotica nasconde il fatto che essa da anni non progredisce più. Come mai?
Intanto una considerazione: esiste una stretta relazione tra l’immaginario robotico e la moderna connettività. Ciò emerge anche nella letteratura contemporanea sui fenomeni del contagio sociale. Per esempio, la psicologa Susan Blackmore, trattando in un suo noto libro il tema della ‘memetica’ (la disciplina che studia la replicazione dei ‘memi’, cioè delle unità di memoria), si spinge com’è ovvio fino ai territori della connettività internettiana, ma si arresta sconcertata davanti alla robotica. Infatti la robotica è un insolubile enigma ‘memetico’. Se è vero che ogni sistema di comunicazione presuppone qualche forma di connessione, è anche vero che i robot potrebbero in futuro emanciparsi da ogni connessione umana, inaugurando una radicale discontinuità. Lo immaginò oltre mezzo secolo fa John von Neumann. Perché ritenerlo impossibile?
In effetti, l’ultimo capitolo della fiaba robotica insiste proprio sulla radicale discontinuità. Per esempio, I.A. di Spielberg parla di incolmabili differenze e di finis temporis. E così Eden di Iroki Endo, o anche Blame! e Noise di Tsutomu Nihei. Che cosa è accaduto? Il web ha in un certo senso ‘tolto la parola’ agli scrittori-scienziati. Non che i primi non possano esprimersi, ma è un fatto che in condizioni di parità, cioè partendo dallo stesso tipo di batteria informazionale, in questo caso dalla condizione connettiva, la voce dei pochi finisce con l’essere sommersa da quella dei moltissimi. Infatti, l’istantaneità, la pervasività e l’ubiquità della comunicazione online determinano noti fenomeni di risonanza.
Tuttavia, qualcosa si deve dire del medium in sé. Infatti, l’interfaccia modifica e in qualche misura ‘plasma’ sia il messaggio che l’emittente o la ricevente del messaggio. Ora, l’immagine del robot compendia bene il genere di appercezione dominante in una civiltà globale connessa, poiché il medium generalizzato è in questo caso in ultima analisi riducibile all’unione tra l’elettricità e l’algebra booleana. In breve, la condizione connettiva è un ‘robot-mondo’, ed è perciò anche un medium-robot. Come stupirsi, allora, dell’emersione di un soggetto-oggetto che integri in una sola immagine un ciclopico processo di psicodinamica identificazione?
(Pubblicato nel libro collettaneo per la manifestazione "...e creo il Robot a sia immagine e somiglianza", in corso presso la Città della Scienza di Napoli )

mercoledì 18 novembre 2009

2012, o della fine del mondo secondo Emmerich

Il grande antropologo Claude Lévi-Strauss in una rara intervista concessa un anno fa dichiarò che la gente non pensa affatto alla fine del mondo, che non nutre alcun interesse per gli argomenti apocalittici e che si tratta in definitiva di invenzioni giornalistiche, create ad arte per eccitare gli animi dei lettori, magari per distrarli da faccende più serie. Con tutta la venerazione per questo gigante del pensiero, da poco scomparso, ebbene almeno in questo caso si può affermare che si sbagliava.
Lo dimostra, se non altro, la fame di epos catastrofista presente nel pubblico del mondo intero. Un appetito che stimola le grandi majors cinematografiche a proporre cataclismi di ogni genere e specie, come accade per la fine del mondo realizzata dal regista tedesco Roland Emmerich in 2012, nella migliore tradizione iettatoria uscito contemporaneamente, in tutto il mondo, il 13 novembre scorso. Titolo sorprendentemente stringato per una pellicola costata circa duecento milioni di dollari: quattro sole cifre e niente altro, così essenziale da sembrare un errore. E invece non c’è individuo al mondo che non associ immediatamente la sequenza “due zero uno due” alla fatidica profezia contenuta nel calendario Maya, secondo il quale il 21 dicembre 2012 si concluderà l’attuale ciclo cosmico, con la conseguente distruzione del mondo. Insomma, un Ragnarök precolombiano, annunciato secondo alcuni da una tempesta solare che modificherebbe l’assetto dei poli magnetici, secondo altri dall’avvento del pianeta X, in rotta di collisione con la Terra.
Però, se la Sony Pictures ha sborsato una così sbalorditiva cifra per realizzare un film dai contenuti non propriamente elevati vuol dire che c’è dietro qualcosa di più che non l’estro di capziosi giornalisti. E infatti Lévi-Strauss probabilmente non aveva considerato l’effetto di risonanza che proviene dalla web, dove il ruolo della comunicazione tradizionale, razionale e logico-sequenziale, è assolutamente marginale, e dove al contrario è fortissima la comunicazione emotiva, generatrice di imitazione e di reciproca suggestione. Ma lo ha capito al volo Emmerich, che ci ha abituati agli scenari apocalittici di Indipendence Day, di The Day After Tomorrow, remake del The Day After del 1984, e anche del bellissimo remake di Godzilla. Questa volta il regista, in un’intervista ripresa in Italia da “Il Giornale”, ha pubblicamente ammesso che l’idea gli è venuta ascoltando la voce collettiva di internet, poiché da anni il web è letteralmente invaso da segni millenaristi di ogni tipo e provenienza.
Tuttavia, per definizione un film su un argomento siffatto sarebbe senza storia: sopraggiunge la calamità, muoiono tutti. Fine. E poi troppe scene di distruzione annoiano. Emmerich ha aggirato l’ostacolo narrativo inventandosi un complotto internazionale, perpetrato durante il G8 dall’élite del pianeta, decisa a salvarsi la pelle costruendo in segreto astronavi ipertecnologiche, a prova di diluvio. L’obiettivo sarà tornare sulla Terra dopo la catastrofe, per ripopolarla. Ovviamente il perfido piano segreto sarà ostacolato da vari eroi per caso, primo fra tutti Jack Curtis (John Cusack), deciso a salvare la propria famiglia.
In realtà nulla di nuovo, anzi i debiti non dichiarati sono infiniti. Più di un secolo fa Herbert George Wells, nel best seller Nei giorni della cometa, descriveva già la (quasi) fine del mondo causata da un bolide proveniente dallo spazio. Il formidabile corpo celeste sopraggiungeva come un nunzio siderale per punire l’umanità, afflitta da guerre, miseria e sfruttamento. Fu probabilmente la prima importante rivisitazione in chiave fantascientifica del mito del diluvio universale, a tutti gli effetti la prima autentica catastrofe quasi universale che diventa narrazione perché prevede la rigenerazione.
Dopo Wells non si contano libri e di film di argomento affine. L’immaginario wellsiano fecondò infatti artisti, scrittori, visionari e perfino scienziati; tra questi il tedesco e filonazista Hanns Hörbinger, convinto che la vera storia del pianeta fosse stata scritta da periodiche catastrofi procurate dalle lune precipitate sulla Terra.
Però, il maggiore ispiratore di Emmerich è lo scrittore James Ballard, maestro dei disastri naturali assoluti. In Vento dal nulla, pubblicato nel 1961, Ballard descrisse correnti d’aria che superano i mille chilometri orari e che spazzano qualunque manufatto umano. Nulla vi resiste. Anche in questo caso i potenti decidono di salvarsi la preziosa pelle, benché senza successo, costruendo una superfortezza ultratecnologica. Poi, in Deserto d’acqua, del 1963, Ballard illustrò la lenta ma inesorabile fine del mondo per effetto di una pioggia incessante e di una sorta di effetto serra, tema poi rimaneggiato senza sosta fino ai nostri giorni.
Non solo. Le scene più impressionanti di 2012 mostrano ciclopiche placche tettoniche che si inabissano, oceani che inondano l’Himalaya, terremoti che spaccano interi continenti, metropoli che si sbriciolano in un solo istante. Esattamente quello che si legge in Degree XII, romanzo apocalittico di Leonard Daventry pubblicato nel 1972: quasi una sceneggiatura precostituita. Eppure non si tratta di plagio, ma di qualcosa di vagamente affine all’economia psichica che governa l’epica. L’abile regista sa manipolare le tradizioni letterarie e iconiche comuni a tutti, così come l’aedo omerico manipolava le tradizioni orali.
E in un secolo e passa l’immaginario altroché se ha prodotto varianti apocalittiche. Con una differenza, rispetto a 2012: quasi tutte prevedono degli attori sociali, siano essi extraterrestri (come nel recente remake di Ultimatum alla Terra), intelligenze superiori e quasi divine, che provengono dallo spazio, oppure perfide potenze straniere; o ancora scienziati che non controllano i propri esperimenti, o perfino figli artificiali della stessa umanità, come nella saga di Terminator, a quanto pare destinata ad accompagnarci nostro malgrado per i prossimi venti anni.
Ma se esistono attori sociali, allora il dramma non ha mai veramente fine; l’avviso di sfratto cosmico giungerà per alcuni, magari per i più, e tuttavia non per tutti. Inoltre, entra in gioco il tema della responsabilità morale. Ne sono ricolmi i romanzi fantascientifici degli anni ’50 e ’60. Anche senza considerare il sempre citato Philip K. Dick, che sollevò la questione in L’uomo dei giochi a premio, in Deus Irae e in altri romanzi, dove però una residua umanità lotta per evitare l’autoestinzione, non vi è dubbio che gli autori che si sono cimentati con il genere hanno sempre connesso la fine del mondo con la distruttività della ragione umana.
Tra le centinaia di esempi lo scienziato e scrittore Mordecai Roshwald, autore di Level 7, del 1959, e di A Small Armageddon, del 1962, entrambi sull’olocausto nucleare; e poi Charles Eric Maine, tra i primi a descrivere in The Darkest of Nights, del 1962, una pandemia conclusiva, scatenata da imprudenti esprimenti batteriologici. Per non dire di Il giorno dei Trifidi, del 1951, capolavoro di John Wyndham, che combina il cataclisma proveniente dall’alto dei cieli (meteoriti che accecano chiunque le osservi) a quello che l’uomo si procura con le sue mani, alterando la struttura genetica delle piante.
Però, queste umane raffigurazioni dell’Armageddon non mordono come quella ideata da Emmerich, quasi che una sorta di assuefazione le avesse rese col tempo accettabili, perfino “domestiche”. Perché qualcosa ha modificato a fondo la percezione del castigo divino, tradizionalmente associata alla distruzione totale. Sembra quasi che le prospettive chiliastiche dei seguaci di Gioacchino Da Fiore non terrorizzino più, e da secoli, al punto che già il filosofo Immanuel Kant poneva la questione della fine del mondo in termini nuovi.
In Das Ende aller Dinge, cioè La fine di tutte le cose, saggio espressamente dedicato a tutti i pensieri apocalittici e pubblicato nel 1794 nel volume 23 della rivista «Berlinische Monatsschrift», Kant come si sa sosteneva tra l’altro che la maturità morale e intellettuale dell’umanità esclude l’idea stessa di un Dio che distribuisce punizioni esemplari. Dunque, il Giudizio Universale non sarebbe che una proiezione, presente in tutti i popoli che fanno uso della ragione, ma che ancora hanno la necessità di individuare un giudice supremo del bene e del male. Al contrario, la diffusione di una coscienza consapevole e adulta condurrebbe l’umanità a rispettare la propria condizione morale e a scegliere il bene, dissipando peraltro le proiezioni millenariste e gli abissi di terrore che si spalancano di fronte all’ipotesi di un olocausto globale.
Sarà così? C’è da dubitarne, anche perché di quell’Aufklärung invocato da Kant, di quel chiarimento definitivo, insomma di quell’illuminismo autogeno che dovrebbe preparare un futuro migliore, non è che se ne veda poi molto in giro. Al contrario, il buon senso suggerisce che lo strepitoso successo di botteghino dei film catastrofisti abbia probabilmente altre motivazioni. Può suonare strano, ma la fine del mondo illustrata da grandi produzioni come il 2012 di Emmerich non fa paura, e può addirittura risultare catartica, proprio perché il suo contenuto prospetta un evento senza vie di uscita. Infatti il panico incendia gli animi quando si intravede una via di fuga, sia pur angusta. Ma se le porte sono sbarrate, se proprio non vi è scampo alcuno, allora si resta in attesa dell’ineluttabile, magari salutandolo con un macabro brindisi finale.

mercoledì 4 novembre 2009

Il caso Marrazzo e la strana disciplina dei media televisivi. Ovvero, come giurare sulla Tv di dire tutta la verità, nient'altro che la verità

In fondo il pioniere dei party a base di sesso e droga fu il deputato dell’Udc Cosimo Mele, nel lontano luglio 2007, ma pochi se lo ricordano. Invece il caso Marrazzo rischia di conficcarsi ben a fondo della memoria collettiva, e di permanervi a lungo.
E questo per un motivo semplicissimo: nessuno dei vari personaggi che hanno in questi mesi alimentato la macchina scandalistica ha fondato la sua carriera sulla popolare trasmissione «Mi manda Rai-Tre», paladina dei piccoli e degli indifesi, come tante del resto, ma unica nel suo genere perché erede dell’antesignana «Mi manda Lubrano», indissolubilmente legata a una figura di gentiluomo d’antan, prototipo del cittadino modello, garbato ma rigoroso. Marrazzo ebbe la fortuna e la sfortuna di ereditare la trasmissione, ma se la cavò, e così alla prima occasione riuscì a saltare, con successo, sul carro della politica.
Ma l’eredità gli rimase appiccicata sulla pelle, perché se è vero che la televisione è effimera, non lo sono i sentimenti della gente di cui essa si nutre. A minare in un microsecondo la credibilità politica di Marrazzo non sono state le registrazioni o i video compromettenti, ma è stata la rottura di un patto non scritto fra il suo pubblico e ciò che egli intendeva rappresentare.
Infatti, la vera domanda è: come mai la sensibilità comune sembra ancora così interessata a comportamenti che al giorno d’oggi non dovrebbero scandalizzare più nessuno? Di sicuro non siamo eredi dell’epoca vittoriana. Al contrario, veniamo da decenni di costante demolizione dei tabù. In materia sessuale siamo tutti più o meno sofferenti di un’inguaribile “sazietà semantica”, effetto anestetizzante di massa prodotto da decenni di esposizione mediatica.
In principio furono le tv private, poi il vecchio internet e infine il web 2.0, che inonda il mondo di immagini e parole che hanno definitivamente disintegrato il concetto di decenza, e quello connesso di pudicizia. Inoltre, generazioni di comici, di scrittori, di intellettuali progressisti hanno sistematicamente abbassato l’asticella del dicibile e del mostrabile, col dichiarato obiettivo di demolire l’ipocrisia, di ‘svelare’ l’uomo in tutta la sua prosaica umanità.
Se questo strangolamento a tenaglia ha avuto i suoi effetti, e li ha avuti, allora nessuno dovrebbe storcere il naso di fronte all’escort di turno o a qualche transessuale in transito sulle vie della politica.
Invece questi “scandali” appartengono a un ordine di fenomeni ben più universale. Ne tratta ad esempio lo psicolinguista Steven Pinker, autorità nel campo dei processi cognitivi. In Fatti di parole, l’ultimo suo ultimo libro, appena uscito per Mondadori, Pinker tra l’altro esamina in profondità il linguaggio di contenuto sessuale e ancor più il suo effetto sui media. Per la precisione il tema della parte finale del volume è il turpiloquio: la sua matrice funzionale, il suo significato sociale, la sua relativa universalità linguistica e tanto altro ancora. Ma estendendo, si capisce bene che il caso limite del linguaggio ‘colorito’, volontario e involontario, è adagiato su un ampio sostrato di cognizioni comuni relative al concetto stesso di impurità, e a quello inevitabilmente correlato di ignominia. Perciò, al di là dello squisito problema teoretico di natura linguistica, il tema si espande nel territorio dei comportamenti associativi, alle relative prescrizioni e sanzioni, e alle inevitabili implicazioni politiche. Più in generale, la questione non riguarda quel che si fa tra le lenzuola, ma ciò che si dice intorno a ciò che si fa, e ancor più ciò che non si dice ma si fa e poi lo si nega. Gli argomenti sessuali sono in definitiva degli atti performativi di natura molto particolare, ma quando incrociano la potenza moltiplicatrice dei media essi diventano addirittura esplosivi. Altro che faccenda privata fra adulti consenzienti.
Pinker nota che la persistenza degli stereotipi in materia di tabù sessuali contraddice molti luoghi comuni, per esempio l’idea che smettendo di stigmatizzare la sessualità si eliminino vergogna e ignoranza, e di conseguenza si riducano le malattie veneree, le gravidanze indesiderate e gli altri pericoli del sesso. La storia ha invece mostrato il contrario: più si è diffusa la licenziosità e più sono aumentate le nascite illegittime, le infezioni, gli stupri, la pedofilia, per non dire delle conseguenze sui modelli adolescenziali che generano bullismo e anoressia. Certo, trovare una correlazione incontrovertibile tra i due fenomeni è impossibile, ma il punto è un altro. Il senso comune se ne infischia dei grafici scientifici e si affida piuttosto alla “certezza” delle analogie.
La gente istintivamente sa che la sfera della sessualità è la più affascinante ma anche la più rischiosa che si possa immaginare. Da qui la sorveglianza sulle varie condotte. Ma se la sorveglianza è delegittimata dalle pratiche diffuse, e dai discorsi che si tengono intorno ad esse, allora la vigilanza emigra in altre sfere, e punta in alto.
Avviene insomma una sorta di involontario trasferimento semantico alle persone altamente rappresentative. E qui sta la trappola. Il sociologo Erving Goffman notava che le parole che usiamo e le messe in scena che adoperiamo per orientare il nostro pubblico hanno lo scopo di rassicurare gli attori sociali sulla serietà delle nostre intenzioni, sul fatto che siamo individui affidabili, rispettabili, equilibrati e competenti. A maggior ragione se siamo anche persone investite di grandi responsabilità e se abbiamo conquistato queste posizioni avvalendoci del vento in poppa del pubblico televisivo.
Dunque, se un politico sposato e con figli difende il valore indissolubile della famiglia, egli non fa che confermare la sua stessa immagine sociale. Ma se lo stesso organizza in albergo un coca-party la coerenza della sua comunicazione si spezza, e per una sorta di trasferimento semantico generalizzato agli occhi del pubblico tutte le sua azioni e tutte le sue parole diventeranno automaticamente disoneste. Al contrario, a nessuno è mai passato per la mente di sanzionare Ilona Staller, in arte ‘Cicciolina’, benché parlamentare, semplicemente perché la sua comunicazione pubblica coincideva con la sua immagine sociale, cosicché il messaggio risultava in definitiva estremamente limpido. In virtù del medesimo meccanismo semantico appariva pertanto limpida anche la sua azione politica e solo le evidenti limitazioni culturali del personaggio hanno impedito di esercitare appieno sulla sfera politica un così ingente credito di fiducia.
Il caso Cicciolina ha fatto scuola, ed è stato infatti compreso da molti e vari personaggi ben più attrezzati, che si sono avvicendati sulla scena politica italiana, e non solo italiana; i quali, anziché celare, hanno tranquillamente esibito l’innominabile, avvalendosi poi di un secondo e non meno importante meccanismo mediatico: il rispecchiamento. Infatti, c’è sempre una parte del pubblico che vuole riflettersi e riconoscersi in un suo rappresentante.
Invece, il caso Marrazzo ha la medesima valenza del caso Mele, ma elevata al cubo. Il vecchio paladino mediatico dei deboli e degli onesti ha sbriciolato senza volerlo la sua immagine di Robin Hood in giacca e cravatta, ma nella mente del pubblico l’ha sostituita con l’immagine di un innominato che nell’oscurità di un sottoscala spende ingenti somme in piaceri dubbi. La mente corre ai prototipi del dottor Jekyll e di Mr. Hyde, ormai divenuti stereotipi grazie all’immensa massa di cultura popolare che si è stratificata in oltre un secolo. E agli stereotipi, soprattutto se propagati dalla potenza moltiplicatrice dei media, in generale le menti reagiscono come se fossero altrettanti interruttori. Anche perché, se tanto dà tanto – sostiene la vox populi - allora dov’è il limite? Dispiace per lui, ma il suo triste esempio potrebbe forse in futuro risultare salutare.

sabato 12 settembre 2009

Sfere e cupole in Stephen King e in Peter Sloterdijk. Dal catastrofismo di 'Under the Dome' alla eutanasia spirituale di 'Bolle'

Stephen King, il maestro assoluto della letteratura fantastica e dell’horror, sul suo sito ufficiale annuncia la trama di Under the Dome, cioè “Sotto la cupola”, in uscita a novembre. Questa in sintesi la traduzione: in un giorno qualunque Chester Mill, ridente cittadina del Maine, viene improvvisamente e inesplicabilmente separata dal resto del mondo da un campo di forza. Aeroplani si infrangono su questa barriera e cadono in fiamme dal cielo, la mano di un giardiniere è troncata di netto nel momento in cui appare la cupola, persone sconvolte errano senza scopo nei dintorni, perché sono state separate dai propri familiari. Nessuno sa dire che cosa sia questa barriera curvilinea, da dove provenga e quando e soprattutto se mai essa sparirà. Protagonisti della vicenda sono Dale Barbara, reduce dalla guerra in Irak, Julia Shumway, proprietaria del quotidiano locale, tre coraggiosi bambini (nei libri di King i forti sono quasi sempre i ragazzi), Big Jim Rennie, un politico che non si ferma davanti a nulla, neppure dopo morto, e vari altri personaggi che dovranno svelare il mistero di una tecnologia incomprensibile, aliena, certamente minacciosa. E dovranno farlo in fretta, perché il tempo corre.
Come sempre Stephen King sorprende il suo pubblico planetario non solo per la proverbiale abilità di stimolarne la curiosità, di irretire gli assetati di suspense, ma anche e soprattutto per quella insondabile capacità di percepire umori diffusi ma difficilmente traducibili in parole. E lo fa tornando al genere fantascientifico, benché l’anticipazione internettiana lasci intuire anche qualche intervento soprannaturale. Ma torniamo al soggetto. Qual è il vero protagonista del romanzo? Evidentemente una forma geometrica pura: la sfera, o meglio la sezione di una sfera che contiene qualcosa – nella fattispecie una città – separandola irrimediabilmente dal resto del mondo.
L’immaginario di King, rabdomante delle tendenze nascoste nell’inconscio collettivo, va sempre preso molto sul serio. E allora, che cos’è questa cupola? E perché King ha usato una visione così semplice eppure così potente? Dal punto di vista tecnologico una cupola è una struttura ad altra ingegneria atta a creare un ambiente controllato. Lo scienziato eterodosso Buckminster Fuller, inventore delle cupole geodetiche, immaginò come si sa di ricoprire con una di queste armature la parte inferiore di Manhattan, allo scopo di produrre un microambiente dal clima controllato. L’idea, simile per certi versi ai progetti di arche spaziali, fu ripresa anni dopo con il complesso di Synergia Ranch, vicino a Santa Fe, nel New Mexico, e in seguito in grandi dimensioni con l’esperimento Biosphere 2, a Oracle, in Arizona.
Ma questo, per King, sarebbe solo il pretesto scientifico. La risposta inconscia all’immagine di una ciclopica cupola energetica è l’idea associata di una struttura difensiva, sorta di immane scudo, in grado di isolare intere comunità dall’azione di agenti distruttivi esterni, se non addirittura dall’impatto di un meteorite o di una testata nucleare. Naturalmente King, che è un formidabile lettore, usa in abbondanza materiali già collaudati.
Nelle sue infinite varianti letterarie quasi sempre all’interno della cupola si erge una città, emblema della comunità umana, ma anche della dipendenza dalla tecnologia. La versione fantascientifica più scioccante si trova forse in A Crack in the Sky, del 1976, di Richard A. Lupoff, l’autore della fortunata serie Buck Rogers nel venticinquesimo secolo. Nell’immaginario di Lupoff la Terra è ridotta ai minimi termini dall’inquinamento forsennato, al punto che i residui dell’umanità possono sopravvivere soltanto in trenta cupole che ospitano ciascuna trenta milioni di abitanti. Però la fine, un’orribile fine, è comunque alle porte.
Insomma, isolamento tecnologico e catastrofe definitiva vanno sempre di pari passo. Ieri come oggi. Saltando quasi un decennio - siamo nel 1984 - ritroviamo gli orrori delle città “cupolizzate” in un altro cult del genere: The Peace War, di Vernor Vinge. Qui una singolare tecnologia di “imbollamento” energetico viene utilizzata da un comitato ristretto per garantire la pace mondiale, naturalmente al costo proibitivo dell’arresto di ogni forma di progresso. E se vogliamo riferirci al fantastico di conio recente, non mancano certo altrettanti esempi, benché sia necessario cambiare continente e spostarsi in Giappone, dove il genio di Hiroki Endo fa iniziare e finire la saga di Eden in una struttura che è la copia esatta di Biosphere 2. Ebbene, Eden, uno dei più interessanti manga dell’ultima generazione, è appunto la descrizione di una partita cosmica e ipertecnologica, che si combatte fra il cielo e la terra, dove in gioco è il destino stesso dell’umanità, stretta tra il superamento di se stessa e la regressione senza remissione.
Dietro l’angolo di una civiltà che è giunta al massimo punto di espansione planetaria possibile c’è insomma sempre il rischio della distruzione totale, e le opzioni sono solo due. O chiudersi, ritirarsi, isolarsi, oppure espandersi, esplorare, disseminarsi. Questo è il formidabile punto di non ritorno individuato da King, che pubblicherà il suo nuovo libro nello stesso anno in cui si celebra il quarto decennio dallo sbarco sulla Luna.
Non si sa bene quanti abbiano avvertito lo strano retrogusto che ha accompagnato come un’ombra le infinite commemorazioni del quarto decennale dello sbarco. Eppure, quella sensazione amara ha fatto capolino qua e là, nonostante tutte le buone intenzioni. Certamente qualcosa trapelava, malgrado tutto, alla vista degli incanutiti astronauti americani intenti a firmare autografi con tanto di tariffa a metro lineare. Molti giovani e giovanissimi, vedendo in tv queste scene quasi patetiche, si saranno chiesti se poi sia vero che questi simpatici vecchietti ci siano stati davvero, lassù, nel libero firmamento. E se davvero abbiano fatto l’esperienza di un mondo nuovo.
La storia insegna che l’uomo ha lasciato la sfera terrestre per muoversi sulla superficie di una sfera del tutto nuova. Ma la storia non appassiona nessuno. Può insegnare, certo, ma non può fare accelerare il sangue nelle vene. La domanda oggi è: ci torneremo? Dovremo aspettare la sfida della Cina per rivedere scampoli della bella corsa a ostacoli celesti degli anni Sessanta fra Usa e Urss? O forse la Luna è diventata poco interessante?
Si promette allora che il prossimo sbarco sarà su Marte, perché più interessante, più simile alla Terra. La rivista “Wired”, pubblicazione cult degli amanti dell’alta tecnologia, ha colto al volo questo dilemma, ben più profondo di quanto non appaia, aprendo l’ultimo suo numero con dieci buoni motivi per dirigersi immediatamente alla conquista del pianeta rosso. Dieci ottimi motivi, tutti scientifici. Più un altro, quello più importante: la necessità di sognare l’altrove, di andare oltre, di lasciarsi alle spalle il vecchio per inseguire il nuovo, lo sconosciuto. In breve, la necessità di porsi sfide che siano fisiche e mentali. L’altrove è innanzi tutto un altro posto, e sconosciuto. È l’irraggiungibile che diventa raggiungibile. Luogo fisico, dunque, e smentita di ogni “non-luogo”, ma proprio per questo luogo spirituale per eccellenza.
Se ne è accorta anche la filosofia, sebbene sulla scia dell’immaginazione. Si capisce così il significato ultimo di una titanica impresa teoretica qual è quella affrontata da
Peter Sloterdijk, celebre filosofo dei media, Rettore della Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe e autore della trilogia Sfere, apparsa tra il 1998 e il 2004. Finalmente è da qualche mese in libreria la traduzione del primo tomo della trilogia, dal titolo Blasen, ovvero Bolle (Meltemi, 576 pagine).
Ma qui non si tratta di entrare in un testo immensamente complesso, che parla di membrane, involucri, specchi e simmetrie, quanto piuttosto si impone di rammentare che l’istituzione di una vera e propria “sferologia”, così apparentemente lontana dal senso comune, può invece aiutare a districarsi in quel turbamento profondo di cui si fanno illuminati interpreti scrittori come Stephen King.
Infatti Sloterdijk si sofferma a lungo su quell’involucro complesso fatto di città, di autostrade, e fatto anche e soprattutto di reti di comunicazione. Un’offensiva spaziale e semantica assolutamente monumentale, che ha il solo scopo di evitare che lo sguardo si posi su quel cosmo ormai nudo, illegittimamente ritenuto insensato, considerato a torto inaccessibile. Questa sostituzione della correlazione tra l’alto dei cieli e il piano orizzontale della 'terrestrità' con un involucro falsamente rassicurante e protettivo, in realtà con una bolla isolante, avviene in molti modi e viene chiamato con molti nomi: mercato mondiale, comunicazione globale, Welfare State.
In un altro scritto (Im Weltinnenraum des Kapitals, del 2005), lo stesso Sloterdijk definisce con linguaggio da Armageddon 'sfera finale' l’universo della speculazione finanziaria internazionale. Si era lontani anni luce dal crollo dei mercati mondiali e dalla crisi globale. Eppure era logico corollario al teorema il fatto che consimili cupole protettive siano tutte invariabilmente effimere, tutte destinate a scoppiare, o a implodere; come la fenomenale sfera di Dyson descritta da Gordon Eklund in una delle più belle sceneggiature della serie Star Trek. In quel caso a risultare 'imbollato' è addirittura un intero sistema solare, e con questo espediente la civiltà aliena incontrata dall’equipaggio dell’Enterprise pensò bene di sottrarsi all’eterno ciclo di guerre, ricostruzioni e distruzioni. Condizione in fondo molto simile alla nostra.
Salvo poi riconoscere che l’unica soluzione è proprio quella di liberarsi dalle barriere, di infrangere il cielo, generalmente per mezzo dei viaggi spaziali, in ogni caso per mezzo di quella spinta a salire, a involarsi.
Non vogliamo confessarlo, ma abbiamo quasi perduto l’idea del viaggio senza ritorno; ci siamo forse definitivamente condannati a una condizione di perenne 'cupolizzazione', distogliendo gli occhi dalle ali di Icaro. Ali inutili, forse anche mortali, ma senza le quali l’umanità rinuncia alla parte sublime della sua essenza.