Prima dell’intervista a Panorama in cui Roberto Saviano svelava le sue sorprendenti letture, lo scrittore napoletano era stato nominato socio onorario dell'Accademia di Brera… Ed è tornando con la memoria a quella giornata che ci si rende conto quanto Saviano non sia un personaggio posticcio ma una persona vera. Una cerimonia quasi “free”, come si addice allo stile poco paludato degli artisti. Ma ciò che colpisce è il rapporto instauratosi tra lo scrittore e l'uditorio: studenti breriani, giovani e giovanissimi, richiamati in un baleno dal micidiale tam tam degli sms, delle email, di Facebook, di Twitter.
Tutti in ascolto attentissimo, in religioso silenzio, in massima parte sfidando le oltre due ore trascorse in piedi, pigiati come sardine.
Colpisce e fa pensare proprio questa grande capacità di ascolto, davvero rara in un panorama mediatico affollato da personaggi che si parlano addosso, che praticano l'interruzione sistematica, l'insulto o l'aggressione come scontati succedanei del dialogo. Una lezione di compostezza che commuove ancor più perché gli attori sono virtualmente figli o nipoti delle generazioni che oggi occupano lo spazio della parola pubblica. Sono i giovani senza “voce in capitolo”, per l'appunto, ma che all'occorrenza sanno prendersela con la forza.
Però, di fronte, o meglio, in mezzo a loro, questa volta c'era una persona particolare: simile l'abbigliamento, analoghi i gesti, identico lo sguardo, indistinguibili le movenze. Potrebbe essere lui, Saviano, uno studente tra gli studenti, e del pari uno studente o una studentessa potrebbero trovarsi al posto suo, in un scambio delle parti che affascina e un po' inquieta.
Parla di camorra, Saviano, dopo i ringraziamenti di rito. Il suo pubblico di quasi coetanei gli fa da specchio. Tra loro lo chiamato familiarmente “Roberto”, quasi a rimarcare una distanza che non c'è, quasi a sottolineare una vicinanza non solo anagrafica ma anche situazionale.
Colpisce davvero il modo in cui Saviano parla alle folle. Lo fa con linguaggio immediato, quasi ruvido, ma chi è del mestiere capisce che dietro c'è cura e studio. Si avvale di supporti tecnici raffinati ma non straordinari, patrimonio comune dei ragazzi di ogni latitudine e condizione. Dal suo portatile, collegato al proiettore, scorrono siti e immagini. Parla di camorra, Saviano, e parla delle sue molteplici e singolari esperienze di vita, consumate quando era ancor più giovane della media di chi ora lo ascolta; ma mentre la mano sinistra regge il microfono, la destra si muove agile, in alto e in avanti, mimando i gesti tipici del rapper. E il rap, a un certo punto del discorso, o meglio della narrazione, spunta davvero. Basta una semplice connessione a YouTube ed ecco la viva musica di un sincopato rap napoletano. Canta la mattanza quotidiana, lo spaccio, lo squallore della periferia, la vita di tanti, di troppi, che è vita perduta e comunque amata.
Musica e parole hanno descritto tutto questo anonimo orrore due anni prima delle grandi inchieste – dice Saviano –. Musica e parole hanno raccontato più di tanti voluminosi libri di sociologia. Bastava ascoltare – dice Saviano – era già tutto lì.
E traduce, Saviano. Traduce da un vernacolo che non può esser definito neppure “napoletano”, perché è un linguaggio ibrido, contratto. Lingua franca degli slum. Alcuni studenti dal look rasta ascoltano e accennano danze, guardano con gli occhi, ma guardano anche con le orecchie, e rispondono col corpo.
Modula l'accento, Saviano, transitando con maestria dall'asettico italiano al dialetto. L'inflessione, lasciata cadere ad arte, colora di appartenenza la sua storia. Un'appartenenza tra le tante, tutte insieme egualmente degne.
Affascina, Saviano, quando svela il vero significato delle parole, quasi sempre violente, sempre estreme. Sapete che vuol dire “Finisce c'a catena 'n faccia”? Io l'ho visto – dice Saviano – perché quando si ammazza uno e questo cade a faccia in giù la catenella d'oro salta e si piazza sulla faccia, e lì si attacca, come incollata dalla morte. E poi della morte in quei posti si ha un concetto tutto diverso – dice Saviano – si partecipa alla morte. Tutti nel quartiere sanno quando uno “deve” morire. Diventa un fatto collettivo, quasi sociale.
E poi c'è il gusto della morte – dice Saviano – tanto è vero che io a un certo punto dovevo andare a vedere di persona. Sempre. Per capire, per rendermi conto della realtà. Quando uno viene sparato nello stomaco, per esempio, senti la puzza di quello che ha mangiato, ma non ti fa paura.
C’è perfino una “educazione sentimentale” che viene dalla violenza e dalle condizioni estreme – dice Saviano – perché in queste realtà i sentimenti sono forti, sono veri. L'amicizia, l'amore, l'appartenenza non sono un gioco, anche se per essi ti puoi giocare in un attimo la vita. Ti spieghi allora la forza di penetrazione dei neomelodici, che aggirano il mercato ufficiale e catturano un successo incredibile, snobbati dalla critica e dagli intellettuali – dice Saviano – che a questa casta in realtà appartiene quanto e più di tanti altri.
E dunque amore e morte, e poi violenza, audacia, paura, brutalità, passione: questi gli ingredienti. Antichi come il mondo. Ma sempre nuovi, esattamente come il mondo che rinasce alla vita, dietro gli occhi e dietro i pensieri dei giovani. A patto, però, che li si sappia raccontare, a condizione di usare il linguaggio giusto, che mai come al giorno d'oggi deve essere un linguaggio altamente emozionale. Saviano: una sirena che affascina e commuove, come gli antichi cantastorie. Saviano il retore, come sarebbe stato qualificato in un tempo remoto, prima che la parola assumesse un significato negativo, non si sa bene perché. Oggi egli si definisce “scrittore”. Ma prima ancora, questo suo saper narrare cose bruttissime ma anche bellissime, come lo sono tutte le vere storie, lo colloca in una posizione lasciata incautamente sguarnita dai tanti consiglieri delle masse che affollano di noia le serate televisive e le piazze telematiche. Se saprà reggere la tensione interiore, questo virgulto di una nuova retorica riserverà in futuro molte molte sorprese.
Tutti in ascolto attentissimo, in religioso silenzio, in massima parte sfidando le oltre due ore trascorse in piedi, pigiati come sardine.
Colpisce e fa pensare proprio questa grande capacità di ascolto, davvero rara in un panorama mediatico affollato da personaggi che si parlano addosso, che praticano l'interruzione sistematica, l'insulto o l'aggressione come scontati succedanei del dialogo. Una lezione di compostezza che commuove ancor più perché gli attori sono virtualmente figli o nipoti delle generazioni che oggi occupano lo spazio della parola pubblica. Sono i giovani senza “voce in capitolo”, per l'appunto, ma che all'occorrenza sanno prendersela con la forza.
Però, di fronte, o meglio, in mezzo a loro, questa volta c'era una persona particolare: simile l'abbigliamento, analoghi i gesti, identico lo sguardo, indistinguibili le movenze. Potrebbe essere lui, Saviano, uno studente tra gli studenti, e del pari uno studente o una studentessa potrebbero trovarsi al posto suo, in un scambio delle parti che affascina e un po' inquieta.
Parla di camorra, Saviano, dopo i ringraziamenti di rito. Il suo pubblico di quasi coetanei gli fa da specchio. Tra loro lo chiamato familiarmente “Roberto”, quasi a rimarcare una distanza che non c'è, quasi a sottolineare una vicinanza non solo anagrafica ma anche situazionale.
Colpisce davvero il modo in cui Saviano parla alle folle. Lo fa con linguaggio immediato, quasi ruvido, ma chi è del mestiere capisce che dietro c'è cura e studio. Si avvale di supporti tecnici raffinati ma non straordinari, patrimonio comune dei ragazzi di ogni latitudine e condizione. Dal suo portatile, collegato al proiettore, scorrono siti e immagini. Parla di camorra, Saviano, e parla delle sue molteplici e singolari esperienze di vita, consumate quando era ancor più giovane della media di chi ora lo ascolta; ma mentre la mano sinistra regge il microfono, la destra si muove agile, in alto e in avanti, mimando i gesti tipici del rapper. E il rap, a un certo punto del discorso, o meglio della narrazione, spunta davvero. Basta una semplice connessione a YouTube ed ecco la viva musica di un sincopato rap napoletano. Canta la mattanza quotidiana, lo spaccio, lo squallore della periferia, la vita di tanti, di troppi, che è vita perduta e comunque amata.
Musica e parole hanno descritto tutto questo anonimo orrore due anni prima delle grandi inchieste – dice Saviano –. Musica e parole hanno raccontato più di tanti voluminosi libri di sociologia. Bastava ascoltare – dice Saviano – era già tutto lì.
E traduce, Saviano. Traduce da un vernacolo che non può esser definito neppure “napoletano”, perché è un linguaggio ibrido, contratto. Lingua franca degli slum. Alcuni studenti dal look rasta ascoltano e accennano danze, guardano con gli occhi, ma guardano anche con le orecchie, e rispondono col corpo.
Modula l'accento, Saviano, transitando con maestria dall'asettico italiano al dialetto. L'inflessione, lasciata cadere ad arte, colora di appartenenza la sua storia. Un'appartenenza tra le tante, tutte insieme egualmente degne.
Affascina, Saviano, quando svela il vero significato delle parole, quasi sempre violente, sempre estreme. Sapete che vuol dire “Finisce c'a catena 'n faccia”? Io l'ho visto – dice Saviano – perché quando si ammazza uno e questo cade a faccia in giù la catenella d'oro salta e si piazza sulla faccia, e lì si attacca, come incollata dalla morte. E poi della morte in quei posti si ha un concetto tutto diverso – dice Saviano – si partecipa alla morte. Tutti nel quartiere sanno quando uno “deve” morire. Diventa un fatto collettivo, quasi sociale.
E poi c'è il gusto della morte – dice Saviano – tanto è vero che io a un certo punto dovevo andare a vedere di persona. Sempre. Per capire, per rendermi conto della realtà. Quando uno viene sparato nello stomaco, per esempio, senti la puzza di quello che ha mangiato, ma non ti fa paura.
C’è perfino una “educazione sentimentale” che viene dalla violenza e dalle condizioni estreme – dice Saviano – perché in queste realtà i sentimenti sono forti, sono veri. L'amicizia, l'amore, l'appartenenza non sono un gioco, anche se per essi ti puoi giocare in un attimo la vita. Ti spieghi allora la forza di penetrazione dei neomelodici, che aggirano il mercato ufficiale e catturano un successo incredibile, snobbati dalla critica e dagli intellettuali – dice Saviano – che a questa casta in realtà appartiene quanto e più di tanti altri.
E dunque amore e morte, e poi violenza, audacia, paura, brutalità, passione: questi gli ingredienti. Antichi come il mondo. Ma sempre nuovi, esattamente come il mondo che rinasce alla vita, dietro gli occhi e dietro i pensieri dei giovani. A patto, però, che li si sappia raccontare, a condizione di usare il linguaggio giusto, che mai come al giorno d'oggi deve essere un linguaggio altamente emozionale. Saviano: una sirena che affascina e commuove, come gli antichi cantastorie. Saviano il retore, come sarebbe stato qualificato in un tempo remoto, prima che la parola assumesse un significato negativo, non si sa bene perché. Oggi egli si definisce “scrittore”. Ma prima ancora, questo suo saper narrare cose bruttissime ma anche bellissime, come lo sono tutte le vere storie, lo colloca in una posizione lasciata incautamente sguarnita dai tanti consiglieri delle masse che affollano di noia le serate televisive e le piazze telematiche. Se saprà reggere la tensione interiore, questo virgulto di una nuova retorica riserverà in futuro molte molte sorprese.

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