lunedì 23 novembre 2009

Il medium-robot


L’immaginario robotico è un fenomeno di massa pervasivo e sfuggente, ma da tempo esso è ormai anche il principale codice di riconoscimento della cosiddetta cyborgian society. Questa nuova categoria sociale, caratterizzata da una diffusione globale e da una complessa dinamica relazionale, basata sulla prevalenza dei legami deboli, ha selezionato l’immagine del robot come sua naturale raffigurazione proiettiva. Però, quando l’immagine si trasforma in simbolo, quando essa non suggerisce più soltanto reazioni automatiche, per esempio di terrore, di attrazione, di meraviglia, come accade per le maschere tribali, ma al contrario diventa la chiave di un processo metaforico senza limiti, siamo certamente in presenza di un intero cosmo culturale in via di formazione.
Non è la prima volta che ciò accade, ma è la prima in cui il transito da una riproduzione mimetica di un fenomeno all’elaborazione del simbolo, e dell’icona, in grado di compendiare una proiezione psichica collettiva, avviene per il tramite di qualcosa che nella natura semplicemente non esiste: una prohibita imago.
Eppure, questa stessa immagine poco ha a che fare con la tecnologia degli automi. Infatti, la robotica è senza dubbio molto più nota che realmente conosciuta. Essa genera aspettative o inquietudini, spesso del tutto estranee alle innovazioni effettivamente introdotte.
Siamo quindi in presenza di un fenomeno di contagio collettivo, e un esame sia pur sommario delle sue origini può forse orientarci in un territorio di non agevole valutazione.
Siamo in realtà abituati alle manifestazioni di contagio collettivo. Ne subiamo razioni quotidiane ogni volta che entriamo in contatto con l’universo delle merci. Però, istintivamente, sappiamo che i simboli e i referenti di questo smisurato insieme di aspettative e di desideri contagiosi è il più delle volte guidato da sistemi globali altamente diversificati, strutturati e organizzati: per l’appunto high-oriented, come ad esempio, la moda, l’Art System, l’industria dei videogiochi, delle automobili o del cinema. Questi mondi, che erigono le proprie fortune sulla manipolazione dell’immaginario, utilizzano però, prevalentemente, una comunicazione fondata sulla relazione uno-molti.
Qui la prima differenza: l’immaginario robotico è infatti soprattutto self-oriented, poiché fa capo a una forma estremizzata di concettualizzazione delle facoltà umane. La crescente attenzione per la robotica deriva certo anche dalle sue vistose ricadute pratiche, ma dal punto di vista della formazione dell’immaginario tutto ciò non è determinante. Lanciando il query “robotic” su Google, si segnalano oltre undici milioni di siti. Quanti sono scientifici? Su YouTube i video sui robot sono tra i più seguiti. Come mai?
Anche la stampa tradizionale subisce il contagio. Negli ultimi anni articoli, libri o periodici dedicati al tema sono straordinariamente aumentati, anche in Italia (ad esempio il neonato bimestrale «IF»). Per non dire del cinema, che propone prodotti assai diversificati, da Wall.E della Disney ai nuovi Terminator, alla serie dei Transformers, che al di là delle banali sceneggiature risulta forse la migliore metafora visiva della nuova simbiosi tra uomini e macchine. E poi da decenni l’industria giapponese delle anime e dei manga esporta migliaia di protagonisti robotici. Star della musica pop e rock, adorate dalla cyborgian generation, cavalcano la tigre robotica. Per esempio Björk, oppure i Tokio Hotel, i quali hanno intitolano l’ultimo loro album Humanoid, offrendo nel videoclip una profusione di robot.
Questa possente proliferazione indica che il sistema della comunicazione si comporta come una sorta di sismografo psichico che registra (e amplifica) un vero passaggio di stato: l’acquisizione di una nuova condizione dell’esperienza. Per essa, non l’uomo ma la macchina diventa il modello, l’archetipo, l’habitat, l’humus e l’alimento. Tale transito è stato preceduto da almeno tre fasi, riconoscibili nelle opere degli scrittori e degli artisti, ma assai meno nelle invenzioni e nelle teorie scientifiche.
Si ritiene che la favolosa casistica degli androidi o dei meccanismi zoomorfi si perda nella notte dei tempi e non vi è autore che non si senta in dovere di ricollegare l’immaginario contemporaneo alla più remota antichità. Ma le cose non stanno affatto così. Solo a cominciare da un’epoca ben identificabile si inizia idealmente a ‘umanizzare’, e fino all’estremo, ciò che è artificiale. Infatti, prima di allora, sia nei miti che nella letteratura il tema dell’uomo (o dell’animale) artificiale implicava l’inganno: coup de théâtre è sempre lo svelamento della verità, in questo caso della desolante verità di un arido meccanismo.
Anche sul piano filosofico si riconosce una mutamento di prospettiva collocabile nel periodo storico che stiamo assumendo quale ideale spartiacque. Moshe Idel, nel suo monumentale saggio sul Golem (1990), ha mostrato che il dibattito sulla possibilità della creazione della vita artificiale è documentabile da almeno diciassette secoli, intendendo per ‘vita artificiale’ solo un sembiante dinamico privo di ‘anima’: distinzione cartesiana che nei circoli esoterici precede Descartes. Del pari, egli nota che tali discussioni si esaurirono con l’approssimarsi dell’età moderna. Dunque, il passaggio dalle tecniche alle prime autentiche tecnologie (discorsi, ragionamenti, metodologie rigorose che investono la tecnica) modificò il confine ideale tra l’artificio e la natura, inaugurando nuove auto-rappresentazioni dell’uomo. Tale concettualizzazione incoraggiò la progressiva ‘artificializzazione’ degli umani, e la graduale umanizzazione degli artefatti.
Anche l’evoluzionismo ebbe un ruolo. 'Evoluzione' in fondo significa impermanenza. Se il vivente emergeva in virtù di un immane processo di trasformazione e di coevoluzione, allora anche l’uomo doveva valutare se stesso quale specie in progress, e intelligenza in progress, per effetto della cerebralizzazione. Ma se le facoltà cosiddette 'superiori' derivavano dalla selezione, perché mai non esportare questo principio alle ‘specie’ tecnologiche, magari ammettendo un’evoluzione di stampo lamarkiano?
Ecco che scrittori di vario talento furono sedotti da questo nuovo concetto. Personaggi artificiali fantastici e manufatti ontologicamente incerti iniziarono a popolare le pagine. Nel corso del diciannovesimo secolo nacquero le macchine schiaviste di Samuel Butler, gli automi ribelli di Fitz James O’Brian, l’Olimpia di E.T.A. Hoffmann, il ballerino meccanico di Jerome K. Jerome, le locomotive e le automobili umanizzate di Joris-Karl Huysmans, il Pinocchio di Collodi, il supermaschio metallico ed elettrico di Alfred Jarry e l’ineffabile Hadaly di Villiers de L’Isle-Adam: andreide – quest’ultima - infinitamente inquietante proprio a causa della sua perfezione. Perché Hadaly è la ‘madre’ ottocentesca di tutta la successiva progenie dei robot intelligenti e sensibili.
Queste proiezioni sono ancora in bilico fra i territori della magia e quelli della scienza. Gli autori che nell’Ottocento si cimentano con queste nuove entità paraumane sono al più raffinati letterati, ma poco o punto edotti nelle scienze dure. Chi invece le lambisce, chi ne ha qualche idea, si accontenta di descrivere meccanismi favolosi ma non angoscianti, come ad esempio il curioso elefante-locomotiva-robot di Jules Verne. Nulla di paragonabile per forza e profondità agli incubi razionali, come il Frankenstein di Mary Shelley, che è robot solo in parte, in quanto animato dall’elettricità del fulmine, pur restando un macabro assemblaggio di organi di incerta provenienza. Eppure, si trattò della prima ancorché bizzarra immagine di ciò che oscilla tra il vivente e l’inanimato, l’inerte risvegliato dalla tecnologia: se non proprio un elettromeccanismo antropomorfo, perlomeno qualcosa di analogo, perché costruito in laboratorio.
Si tratta in realtà dell’altro grande filone dell’imagerie robotica, che matura con i robot di Josef e Karel Čapek, per poi crescere e moltiplicarsi assumendo per esempio l’aspetto degli umani robotizzati in L’angoscia delle macchine di Ruggero Vasari, dei replicanti di Philip K. Dick, dei neoroidi di Shinzoningen Casshern di Hiroshi Susagawa.
Però, già dai primi del Novecento si apre la seconda fase dell’iconografia robotica. Certo, i calcolatori elettronici sono di là da venire, però le basi logico-matematiche hanno fatto passi da gigante. E poi all’elettricità si affianca l’elettronica, che ottiene i primi risultati. Ingegneri e scienziati sognano robot che prefigurano gli attuali e si notano psicologi che precorrono i tempi; per esempio il cognitivista Edward C. Tolman, che investigando sul modo in cui fattori ad alto livello come le motivazioni, le cognizioni e i propositi siano incorporati agli stimoli e alle risposte sensoriali, pervenne a un modello che di fatto anticipò le attuali architetture robotiche che tentano di riprodurre comportamenti intelligenti.
Il nuovo clima si riflette nella letteratura di fantascienza, e questa a sua volta formula ipotesi e azzardi, anche perché le invenzioni letterarie non devono esibire prove sperimentali. Si registra però un fatto rivoluzionario: alcuni scienziati, ingegneri o esperti in tecnologie iniziano a praticare i territori della fantascienza in prima persona. Ad esempio Hugo Gernsback, esperto di elettronica, fu anche il primo importante editore del genere. Ma il più noto è Isaac Asimov, che ai robot dedicò oltre la metà della sua sterminata produzione. Una peculiarità – quella degli scienziati-scrittori - che si perpetua nel dopoguerra; si pensi all’astrofisico Fred Hoyle, coautore di A come Andromeda, il cui protagonista è una gineide geneticamente umana ma costruita da un computer di provenienza aliena, quindi è un robot protoplasmatico. E citando gli italiani, si pensi a Roberto Vacca, ingegnere e autore di romanzi sui robot, o a Primo Levi, sommo scrittore, però anche chimico, nonché autore di vari racconti sugli androidi, meno conosciuti ma non per questo meno interessanti del resto della sua produzione.
In questa seconda fase si riconosce l’esercizio critico della scienza. La nuova progenie dei robot non è più soltanto una proiezione visionaria, e non è statica. Al contrario, spesso gli scrittori praticano utili esperimenti mentali, che presuppongono nozioni non banali di ingegneria inversa. Probabilmente un ‘cervello positronico’ non sarà mai inventato, ma leggendo si capisce che Asimov pensava già alle reti neurali. Si intuisce che le macchine intelligenti e interagenti potrebbero emergere da strategie evolutive diverse benché convergenti. Robot e umani prendono a condividere (nella fantascienza, ma anche nella realtà) lo stesso Umwelt, non senza conflitti. Anzi, si può affermare che la madre di tutte le roboetiche sia maturata in quel clima intellettuale. Non si spiegherebbero altrimenti le asimoviane tre leggi della robotica, più la quarta (l’universale legge zero), se non fossero stati valutati in nuce problemi di natura giuridica, quindi etica, riguardanti i limiti, i divieti e le concessioni derivanti dalle interazioni tra gli uomini i robot.
Parimenti, fin dagli anni ’20 le proiezioni catastrofiste si incarnano in nuovi mostri, creati però non dal sonno della ragione ma dalla stessa ragione. I robot assassini di Čapek nascono dalla mente del dottor Rossum (ovvero, in ceco, il dottor ‘Ragione’). Si assiste alla nascita di un incubo a occhi aperti che conquisterà le folle. Parliamo della spaventosa visione del robot divoratore di uomini, del robot cannibale: l’umanoide alla Terminator, che non si limita a voler distruggere il suo creatore ma che si spinge oltre la soglia dell’estremo tabu, materialmente fagocitando la specie umana. Così accade nella celebrata (a torto) trilogia di Matrix, che saccheggia una sterminata letteratura preesistente.
Tremore, timore, ed anche estasi inaudite, ricorrono in queste estreme produzioni dell’inconscio collettivo; però si deve aggiungere che la grande fortuna dell’attuale iconografia robotica nasconde il fatto che essa da anni non progredisce più. Come mai?
Intanto una considerazione: esiste una stretta relazione tra l’immaginario robotico e la moderna connettività. Ciò emerge anche nella letteratura contemporanea sui fenomeni del contagio sociale. Per esempio, la psicologa Susan Blackmore, trattando in un suo noto libro il tema della ‘memetica’ (la disciplina che studia la replicazione dei ‘memi’, cioè delle unità di memoria), si spinge com’è ovvio fino ai territori della connettività internettiana, ma si arresta sconcertata davanti alla robotica. Infatti la robotica è un insolubile enigma ‘memetico’. Se è vero che ogni sistema di comunicazione presuppone qualche forma di connessione, è anche vero che i robot potrebbero in futuro emanciparsi da ogni connessione umana, inaugurando una radicale discontinuità. Lo immaginò oltre mezzo secolo fa John von Neumann. Perché ritenerlo impossibile?
In effetti, l’ultimo capitolo della fiaba robotica insiste proprio sulla radicale discontinuità. Per esempio, I.A. di Spielberg parla di incolmabili differenze e di finis temporis. E così Eden di Iroki Endo, o anche Blame! e Noise di Tsutomu Nihei. Che cosa è accaduto? Il web ha in un certo senso ‘tolto la parola’ agli scrittori-scienziati. Non che i primi non possano esprimersi, ma è un fatto che in condizioni di parità, cioè partendo dallo stesso tipo di batteria informazionale, in questo caso dalla condizione connettiva, la voce dei pochi finisce con l’essere sommersa da quella dei moltissimi. Infatti, l’istantaneità, la pervasività e l’ubiquità della comunicazione online determinano noti fenomeni di risonanza.
Tuttavia, qualcosa si deve dire del medium in sé. Infatti, l’interfaccia modifica e in qualche misura ‘plasma’ sia il messaggio che l’emittente o la ricevente del messaggio. Ora, l’immagine del robot compendia bene il genere di appercezione dominante in una civiltà globale connessa, poiché il medium generalizzato è in questo caso in ultima analisi riducibile all’unione tra l’elettricità e l’algebra booleana. In breve, la condizione connettiva è un ‘robot-mondo’, ed è perciò anche un medium-robot. Come stupirsi, allora, dell’emersione di un soggetto-oggetto che integri in una sola immagine un ciclopico processo di psicodinamica identificazione?
(Pubblicato nel libro collettaneo per la manifestazione "...e creo il Robot a sia immagine e somiglianza", in corso presso la Città della Scienza di Napoli )

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