Il grande antropologo Claude Lévi-Strauss in una rara intervista concessa un anno fa dichiarò che la gente non pensa affatto alla fine del mondo, che non nutre alcun interesse per gli argomenti apocalittici e che si tratta in definitiva di invenzioni giornalistiche, create ad arte per eccitare gli animi dei lettori, magari per distrarli da faccende più serie. Con tutta la venerazione per questo gigante del pensiero, da poco scomparso, ebbene almeno in questo caso si può affermare che si sbagliava.
Lo dimostra, se non altro, la fame di epos catastrofista presente nel pubblico del mondo intero. Un appetito che stimola le grandi majors cinematografiche a proporre cataclismi di ogni genere e specie, come accade per la fine del mondo realizzata dal regista tedesco Roland Emmerich in 2012, nella migliore tradizione iettatoria uscito contemporaneamente, in tutto il mondo, il 13 novembre scorso. Titolo sorprendentemente stringato per una pellicola costata circa duecento milioni di dollari: quattro sole cifre e niente altro, così essenziale da sembrare un errore. E invece non c’è individuo al mondo che non associ immediatamente la sequenza “due zero uno due” alla fatidica profezia contenuta nel calendario Maya, secondo il quale il 21 dicembre 2012 si concluderà l’attuale ciclo cosmico, con la conseguente distruzione del mondo. Insomma, un Ragnarök precolombiano, annunciato secondo alcuni da una tempesta solare che modificherebbe l’assetto dei poli magnetici, secondo altri dall’avvento del pianeta X, in rotta di collisione con la Terra.
Però, se la Sony Pictures ha sborsato una così sbalorditiva cifra per realizzare un film dai contenuti non propriamente elevati vuol dire che c’è dietro qualcosa di più che non l’estro di capziosi giornalisti. E infatti Lévi-Strauss probabilmente non aveva considerato l’effetto di risonanza che proviene dalla web, dove il ruolo della comunicazione tradizionale, razionale e logico-sequenziale, è assolutamente marginale, e dove al contrario è fortissima la comunicazione emotiva, generatrice di imitazione e di reciproca suggestione. Ma lo ha capito al volo Emmerich, che ci ha abituati agli scenari apocalittici di Indipendence Day, di The Day After Tomorrow, remake del The Day After del 1984, e anche del bellissimo remake di Godzilla. Questa volta il regista, in un’intervista ripresa in Italia da “Il Giornale”, ha pubblicamente ammesso che l’idea gli è venuta ascoltando la voce collettiva di internet, poiché da anni il web è letteralmente invaso da segni millenaristi di ogni tipo e provenienza.
Tuttavia, per definizione un film su un argomento siffatto sarebbe senza storia: sopraggiunge la calamità, muoiono tutti. Fine. E poi troppe scene di distruzione annoiano. Emmerich ha aggirato l’ostacolo narrativo inventandosi un complotto internazionale, perpetrato durante il G8 dall’élite del pianeta, decisa a salvarsi la pelle costruendo in segreto astronavi ipertecnologiche, a prova di diluvio. L’obiettivo sarà tornare sulla Terra dopo la catastrofe, per ripopolarla. Ovviamente il perfido piano segreto sarà ostacolato da vari eroi per caso, primo fra tutti Jack Curtis (John Cusack), deciso a salvare la propria famiglia.
In realtà nulla di nuovo, anzi i debiti non dichiarati sono infiniti. Più di un secolo fa Herbert George Wells, nel best seller Nei giorni della cometa, descriveva già la (quasi) fine del mondo causata da un bolide proveniente dallo spazio. Il formidabile corpo celeste sopraggiungeva come un nunzio siderale per punire l’umanità, afflitta da guerre, miseria e sfruttamento. Fu probabilmente la prima importante rivisitazione in chiave fantascientifica del mito del diluvio universale, a tutti gli effetti la prima autentica catastrofe quasi universale che diventa narrazione perché prevede la rigenerazione.
Dopo Wells non si contano libri e di film di argomento affine. L’immaginario wellsiano fecondò infatti artisti, scrittori, visionari e perfino scienziati; tra questi il tedesco e filonazista Hanns Hörbinger, convinto che la vera storia del pianeta fosse stata scritta da periodiche catastrofi procurate dalle lune precipitate sulla Terra.
Però, il maggiore ispiratore di Emmerich è lo scrittore James Ballard, maestro dei disastri naturali assoluti. In Vento dal nulla, pubblicato nel 1961, Ballard descrisse correnti d’aria che superano i mille chilometri orari e che spazzano qualunque manufatto umano. Nulla vi resiste. Anche in questo caso i potenti decidono di salvarsi la preziosa pelle, benché senza successo, costruendo una superfortezza ultratecnologica. Poi, in Deserto d’acqua, del 1963, Ballard illustrò la lenta ma inesorabile fine del mondo per effetto di una pioggia incessante e di una sorta di effetto serra, tema poi rimaneggiato senza sosta fino ai nostri giorni.
Non solo. Le scene più impressionanti di 2012 mostrano ciclopiche placche tettoniche che si inabissano, oceani che inondano l’Himalaya, terremoti che spaccano interi continenti, metropoli che si sbriciolano in un solo istante. Esattamente quello che si legge in Degree XII, romanzo apocalittico di Leonard Daventry pubblicato nel 1972: quasi una sceneggiatura precostituita. Eppure non si tratta di plagio, ma di qualcosa di vagamente affine all’economia psichica che governa l’epica. L’abile regista sa manipolare le tradizioni letterarie e iconiche comuni a tutti, così come l’aedo omerico manipolava le tradizioni orali.
E in un secolo e passa l’immaginario altroché se ha prodotto varianti apocalittiche. Con una differenza, rispetto a 2012: quasi tutte prevedono degli attori sociali, siano essi extraterrestri (come nel recente remake di Ultimatum alla Terra), intelligenze superiori e quasi divine, che provengono dallo spazio, oppure perfide potenze straniere; o ancora scienziati che non controllano i propri esperimenti, o perfino figli artificiali della stessa umanità, come nella saga di Terminator, a quanto pare destinata ad accompagnarci nostro malgrado per i prossimi venti anni.
Ma se esistono attori sociali, allora il dramma non ha mai veramente fine; l’avviso di sfratto cosmico giungerà per alcuni, magari per i più, e tuttavia non per tutti. Inoltre, entra in gioco il tema della responsabilità morale. Ne sono ricolmi i romanzi fantascientifici degli anni ’50 e ’60. Anche senza considerare il sempre citato Philip K. Dick, che sollevò la questione in L’uomo dei giochi a premio, in Deus Irae e in altri romanzi, dove però una residua umanità lotta per evitare l’autoestinzione, non vi è dubbio che gli autori che si sono cimentati con il genere hanno sempre connesso la fine del mondo con la distruttività della ragione umana.
Tra le centinaia di esempi lo scienziato e scrittore Mordecai Roshwald, autore di Level 7, del 1959, e di A Small Armageddon, del 1962, entrambi sull’olocausto nucleare; e poi Charles Eric Maine, tra i primi a descrivere in The Darkest of Nights, del 1962, una pandemia conclusiva, scatenata da imprudenti esprimenti batteriologici. Per non dire di Il giorno dei Trifidi, del 1951, capolavoro di John Wyndham, che combina il cataclisma proveniente dall’alto dei cieli (meteoriti che accecano chiunque le osservi) a quello che l’uomo si procura con le sue mani, alterando la struttura genetica delle piante.
Però, queste umane raffigurazioni dell’Armageddon non mordono come quella ideata da Emmerich, quasi che una sorta di assuefazione le avesse rese col tempo accettabili, perfino “domestiche”. Perché qualcosa ha modificato a fondo la percezione del castigo divino, tradizionalmente associata alla distruzione totale. Sembra quasi che le prospettive chiliastiche dei seguaci di Gioacchino Da Fiore non terrorizzino più, e da secoli, al punto che già il filosofo Immanuel Kant poneva la questione della fine del mondo in termini nuovi.
In Das Ende aller Dinge, cioè La fine di tutte le cose, saggio espressamente dedicato a tutti i pensieri apocalittici e pubblicato nel 1794 nel volume 23 della rivista «Berlinische Monatsschrift», Kant come si sa sosteneva tra l’altro che la maturità morale e intellettuale dell’umanità esclude l’idea stessa di un Dio che distribuisce punizioni esemplari. Dunque, il Giudizio Universale non sarebbe che una proiezione, presente in tutti i popoli che fanno uso della ragione, ma che ancora hanno la necessità di individuare un giudice supremo del bene e del male. Al contrario, la diffusione di una coscienza consapevole e adulta condurrebbe l’umanità a rispettare la propria condizione morale e a scegliere il bene, dissipando peraltro le proiezioni millenariste e gli abissi di terrore che si spalancano di fronte all’ipotesi di un olocausto globale.
Sarà così? C’è da dubitarne, anche perché di quell’Aufklärung invocato da Kant, di quel chiarimento definitivo, insomma di quell’illuminismo autogeno che dovrebbe preparare un futuro migliore, non è che se ne veda poi molto in giro. Al contrario, il buon senso suggerisce che lo strepitoso successo di botteghino dei film catastrofisti abbia probabilmente altre motivazioni. Può suonare strano, ma la fine del mondo illustrata da grandi produzioni come il 2012 di Emmerich non fa paura, e può addirittura risultare catartica, proprio perché il suo contenuto prospetta un evento senza vie di uscita. Infatti il panico incendia gli animi quando si intravede una via di fuga, sia pur angusta. Ma se le porte sono sbarrate, se proprio non vi è scampo alcuno, allora si resta in attesa dell’ineluttabile, magari salutandolo con un macabro brindisi finale.
Lo dimostra, se non altro, la fame di epos catastrofista presente nel pubblico del mondo intero. Un appetito che stimola le grandi majors cinematografiche a proporre cataclismi di ogni genere e specie, come accade per la fine del mondo realizzata dal regista tedesco Roland Emmerich in 2012, nella migliore tradizione iettatoria uscito contemporaneamente, in tutto il mondo, il 13 novembre scorso. Titolo sorprendentemente stringato per una pellicola costata circa duecento milioni di dollari: quattro sole cifre e niente altro, così essenziale da sembrare un errore. E invece non c’è individuo al mondo che non associ immediatamente la sequenza “due zero uno due” alla fatidica profezia contenuta nel calendario Maya, secondo il quale il 21 dicembre 2012 si concluderà l’attuale ciclo cosmico, con la conseguente distruzione del mondo. Insomma, un Ragnarök precolombiano, annunciato secondo alcuni da una tempesta solare che modificherebbe l’assetto dei poli magnetici, secondo altri dall’avvento del pianeta X, in rotta di collisione con la Terra.
Però, se la Sony Pictures ha sborsato una così sbalorditiva cifra per realizzare un film dai contenuti non propriamente elevati vuol dire che c’è dietro qualcosa di più che non l’estro di capziosi giornalisti. E infatti Lévi-Strauss probabilmente non aveva considerato l’effetto di risonanza che proviene dalla web, dove il ruolo della comunicazione tradizionale, razionale e logico-sequenziale, è assolutamente marginale, e dove al contrario è fortissima la comunicazione emotiva, generatrice di imitazione e di reciproca suggestione. Ma lo ha capito al volo Emmerich, che ci ha abituati agli scenari apocalittici di Indipendence Day, di The Day After Tomorrow, remake del The Day After del 1984, e anche del bellissimo remake di Godzilla. Questa volta il regista, in un’intervista ripresa in Italia da “Il Giornale”, ha pubblicamente ammesso che l’idea gli è venuta ascoltando la voce collettiva di internet, poiché da anni il web è letteralmente invaso da segni millenaristi di ogni tipo e provenienza.
Tuttavia, per definizione un film su un argomento siffatto sarebbe senza storia: sopraggiunge la calamità, muoiono tutti. Fine. E poi troppe scene di distruzione annoiano. Emmerich ha aggirato l’ostacolo narrativo inventandosi un complotto internazionale, perpetrato durante il G8 dall’élite del pianeta, decisa a salvarsi la pelle costruendo in segreto astronavi ipertecnologiche, a prova di diluvio. L’obiettivo sarà tornare sulla Terra dopo la catastrofe, per ripopolarla. Ovviamente il perfido piano segreto sarà ostacolato da vari eroi per caso, primo fra tutti Jack Curtis (John Cusack), deciso a salvare la propria famiglia.
In realtà nulla di nuovo, anzi i debiti non dichiarati sono infiniti. Più di un secolo fa Herbert George Wells, nel best seller Nei giorni della cometa, descriveva già la (quasi) fine del mondo causata da un bolide proveniente dallo spazio. Il formidabile corpo celeste sopraggiungeva come un nunzio siderale per punire l’umanità, afflitta da guerre, miseria e sfruttamento. Fu probabilmente la prima importante rivisitazione in chiave fantascientifica del mito del diluvio universale, a tutti gli effetti la prima autentica catastrofe quasi universale che diventa narrazione perché prevede la rigenerazione.
Dopo Wells non si contano libri e di film di argomento affine. L’immaginario wellsiano fecondò infatti artisti, scrittori, visionari e perfino scienziati; tra questi il tedesco e filonazista Hanns Hörbinger, convinto che la vera storia del pianeta fosse stata scritta da periodiche catastrofi procurate dalle lune precipitate sulla Terra.
Però, il maggiore ispiratore di Emmerich è lo scrittore James Ballard, maestro dei disastri naturali assoluti. In Vento dal nulla, pubblicato nel 1961, Ballard descrisse correnti d’aria che superano i mille chilometri orari e che spazzano qualunque manufatto umano. Nulla vi resiste. Anche in questo caso i potenti decidono di salvarsi la preziosa pelle, benché senza successo, costruendo una superfortezza ultratecnologica. Poi, in Deserto d’acqua, del 1963, Ballard illustrò la lenta ma inesorabile fine del mondo per effetto di una pioggia incessante e di una sorta di effetto serra, tema poi rimaneggiato senza sosta fino ai nostri giorni.
Non solo. Le scene più impressionanti di 2012 mostrano ciclopiche placche tettoniche che si inabissano, oceani che inondano l’Himalaya, terremoti che spaccano interi continenti, metropoli che si sbriciolano in un solo istante. Esattamente quello che si legge in Degree XII, romanzo apocalittico di Leonard Daventry pubblicato nel 1972: quasi una sceneggiatura precostituita. Eppure non si tratta di plagio, ma di qualcosa di vagamente affine all’economia psichica che governa l’epica. L’abile regista sa manipolare le tradizioni letterarie e iconiche comuni a tutti, così come l’aedo omerico manipolava le tradizioni orali.
E in un secolo e passa l’immaginario altroché se ha prodotto varianti apocalittiche. Con una differenza, rispetto a 2012: quasi tutte prevedono degli attori sociali, siano essi extraterrestri (come nel recente remake di Ultimatum alla Terra), intelligenze superiori e quasi divine, che provengono dallo spazio, oppure perfide potenze straniere; o ancora scienziati che non controllano i propri esperimenti, o perfino figli artificiali della stessa umanità, come nella saga di Terminator, a quanto pare destinata ad accompagnarci nostro malgrado per i prossimi venti anni.
Ma se esistono attori sociali, allora il dramma non ha mai veramente fine; l’avviso di sfratto cosmico giungerà per alcuni, magari per i più, e tuttavia non per tutti. Inoltre, entra in gioco il tema della responsabilità morale. Ne sono ricolmi i romanzi fantascientifici degli anni ’50 e ’60. Anche senza considerare il sempre citato Philip K. Dick, che sollevò la questione in L’uomo dei giochi a premio, in Deus Irae e in altri romanzi, dove però una residua umanità lotta per evitare l’autoestinzione, non vi è dubbio che gli autori che si sono cimentati con il genere hanno sempre connesso la fine del mondo con la distruttività della ragione umana.
Tra le centinaia di esempi lo scienziato e scrittore Mordecai Roshwald, autore di Level 7, del 1959, e di A Small Armageddon, del 1962, entrambi sull’olocausto nucleare; e poi Charles Eric Maine, tra i primi a descrivere in The Darkest of Nights, del 1962, una pandemia conclusiva, scatenata da imprudenti esprimenti batteriologici. Per non dire di Il giorno dei Trifidi, del 1951, capolavoro di John Wyndham, che combina il cataclisma proveniente dall’alto dei cieli (meteoriti che accecano chiunque le osservi) a quello che l’uomo si procura con le sue mani, alterando la struttura genetica delle piante.
Però, queste umane raffigurazioni dell’Armageddon non mordono come quella ideata da Emmerich, quasi che una sorta di assuefazione le avesse rese col tempo accettabili, perfino “domestiche”. Perché qualcosa ha modificato a fondo la percezione del castigo divino, tradizionalmente associata alla distruzione totale. Sembra quasi che le prospettive chiliastiche dei seguaci di Gioacchino Da Fiore non terrorizzino più, e da secoli, al punto che già il filosofo Immanuel Kant poneva la questione della fine del mondo in termini nuovi.
In Das Ende aller Dinge, cioè La fine di tutte le cose, saggio espressamente dedicato a tutti i pensieri apocalittici e pubblicato nel 1794 nel volume 23 della rivista «Berlinische Monatsschrift», Kant come si sa sosteneva tra l’altro che la maturità morale e intellettuale dell’umanità esclude l’idea stessa di un Dio che distribuisce punizioni esemplari. Dunque, il Giudizio Universale non sarebbe che una proiezione, presente in tutti i popoli che fanno uso della ragione, ma che ancora hanno la necessità di individuare un giudice supremo del bene e del male. Al contrario, la diffusione di una coscienza consapevole e adulta condurrebbe l’umanità a rispettare la propria condizione morale e a scegliere il bene, dissipando peraltro le proiezioni millenariste e gli abissi di terrore che si spalancano di fronte all’ipotesi di un olocausto globale.
Sarà così? C’è da dubitarne, anche perché di quell’Aufklärung invocato da Kant, di quel chiarimento definitivo, insomma di quell’illuminismo autogeno che dovrebbe preparare un futuro migliore, non è che se ne veda poi molto in giro. Al contrario, il buon senso suggerisce che lo strepitoso successo di botteghino dei film catastrofisti abbia probabilmente altre motivazioni. Può suonare strano, ma la fine del mondo illustrata da grandi produzioni come il 2012 di Emmerich non fa paura, e può addirittura risultare catartica, proprio perché il suo contenuto prospetta un evento senza vie di uscita. Infatti il panico incendia gli animi quando si intravede una via di fuga, sia pur angusta. Ma se le porte sono sbarrate, se proprio non vi è scampo alcuno, allora si resta in attesa dell’ineluttabile, magari salutandolo con un macabro brindisi finale.

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