mercoledì 4 novembre 2009

Il caso Marrazzo e la strana disciplina dei media televisivi. Ovvero, come giurare sulla Tv di dire tutta la verità, nient'altro che la verità

In fondo il pioniere dei party a base di sesso e droga fu il deputato dell’Udc Cosimo Mele, nel lontano luglio 2007, ma pochi se lo ricordano. Invece il caso Marrazzo rischia di conficcarsi ben a fondo della memoria collettiva, e di permanervi a lungo.
E questo per un motivo semplicissimo: nessuno dei vari personaggi che hanno in questi mesi alimentato la macchina scandalistica ha fondato la sua carriera sulla popolare trasmissione «Mi manda Rai-Tre», paladina dei piccoli e degli indifesi, come tante del resto, ma unica nel suo genere perché erede dell’antesignana «Mi manda Lubrano», indissolubilmente legata a una figura di gentiluomo d’antan, prototipo del cittadino modello, garbato ma rigoroso. Marrazzo ebbe la fortuna e la sfortuna di ereditare la trasmissione, ma se la cavò, e così alla prima occasione riuscì a saltare, con successo, sul carro della politica.
Ma l’eredità gli rimase appiccicata sulla pelle, perché se è vero che la televisione è effimera, non lo sono i sentimenti della gente di cui essa si nutre. A minare in un microsecondo la credibilità politica di Marrazzo non sono state le registrazioni o i video compromettenti, ma è stata la rottura di un patto non scritto fra il suo pubblico e ciò che egli intendeva rappresentare.
Infatti, la vera domanda è: come mai la sensibilità comune sembra ancora così interessata a comportamenti che al giorno d’oggi non dovrebbero scandalizzare più nessuno? Di sicuro non siamo eredi dell’epoca vittoriana. Al contrario, veniamo da decenni di costante demolizione dei tabù. In materia sessuale siamo tutti più o meno sofferenti di un’inguaribile “sazietà semantica”, effetto anestetizzante di massa prodotto da decenni di esposizione mediatica.
In principio furono le tv private, poi il vecchio internet e infine il web 2.0, che inonda il mondo di immagini e parole che hanno definitivamente disintegrato il concetto di decenza, e quello connesso di pudicizia. Inoltre, generazioni di comici, di scrittori, di intellettuali progressisti hanno sistematicamente abbassato l’asticella del dicibile e del mostrabile, col dichiarato obiettivo di demolire l’ipocrisia, di ‘svelare’ l’uomo in tutta la sua prosaica umanità.
Se questo strangolamento a tenaglia ha avuto i suoi effetti, e li ha avuti, allora nessuno dovrebbe storcere il naso di fronte all’escort di turno o a qualche transessuale in transito sulle vie della politica.
Invece questi “scandali” appartengono a un ordine di fenomeni ben più universale. Ne tratta ad esempio lo psicolinguista Steven Pinker, autorità nel campo dei processi cognitivi. In Fatti di parole, l’ultimo suo ultimo libro, appena uscito per Mondadori, Pinker tra l’altro esamina in profondità il linguaggio di contenuto sessuale e ancor più il suo effetto sui media. Per la precisione il tema della parte finale del volume è il turpiloquio: la sua matrice funzionale, il suo significato sociale, la sua relativa universalità linguistica e tanto altro ancora. Ma estendendo, si capisce bene che il caso limite del linguaggio ‘colorito’, volontario e involontario, è adagiato su un ampio sostrato di cognizioni comuni relative al concetto stesso di impurità, e a quello inevitabilmente correlato di ignominia. Perciò, al di là dello squisito problema teoretico di natura linguistica, il tema si espande nel territorio dei comportamenti associativi, alle relative prescrizioni e sanzioni, e alle inevitabili implicazioni politiche. Più in generale, la questione non riguarda quel che si fa tra le lenzuola, ma ciò che si dice intorno a ciò che si fa, e ancor più ciò che non si dice ma si fa e poi lo si nega. Gli argomenti sessuali sono in definitiva degli atti performativi di natura molto particolare, ma quando incrociano la potenza moltiplicatrice dei media essi diventano addirittura esplosivi. Altro che faccenda privata fra adulti consenzienti.
Pinker nota che la persistenza degli stereotipi in materia di tabù sessuali contraddice molti luoghi comuni, per esempio l’idea che smettendo di stigmatizzare la sessualità si eliminino vergogna e ignoranza, e di conseguenza si riducano le malattie veneree, le gravidanze indesiderate e gli altri pericoli del sesso. La storia ha invece mostrato il contrario: più si è diffusa la licenziosità e più sono aumentate le nascite illegittime, le infezioni, gli stupri, la pedofilia, per non dire delle conseguenze sui modelli adolescenziali che generano bullismo e anoressia. Certo, trovare una correlazione incontrovertibile tra i due fenomeni è impossibile, ma il punto è un altro. Il senso comune se ne infischia dei grafici scientifici e si affida piuttosto alla “certezza” delle analogie.
La gente istintivamente sa che la sfera della sessualità è la più affascinante ma anche la più rischiosa che si possa immaginare. Da qui la sorveglianza sulle varie condotte. Ma se la sorveglianza è delegittimata dalle pratiche diffuse, e dai discorsi che si tengono intorno ad esse, allora la vigilanza emigra in altre sfere, e punta in alto.
Avviene insomma una sorta di involontario trasferimento semantico alle persone altamente rappresentative. E qui sta la trappola. Il sociologo Erving Goffman notava che le parole che usiamo e le messe in scena che adoperiamo per orientare il nostro pubblico hanno lo scopo di rassicurare gli attori sociali sulla serietà delle nostre intenzioni, sul fatto che siamo individui affidabili, rispettabili, equilibrati e competenti. A maggior ragione se siamo anche persone investite di grandi responsabilità e se abbiamo conquistato queste posizioni avvalendoci del vento in poppa del pubblico televisivo.
Dunque, se un politico sposato e con figli difende il valore indissolubile della famiglia, egli non fa che confermare la sua stessa immagine sociale. Ma se lo stesso organizza in albergo un coca-party la coerenza della sua comunicazione si spezza, e per una sorta di trasferimento semantico generalizzato agli occhi del pubblico tutte le sua azioni e tutte le sue parole diventeranno automaticamente disoneste. Al contrario, a nessuno è mai passato per la mente di sanzionare Ilona Staller, in arte ‘Cicciolina’, benché parlamentare, semplicemente perché la sua comunicazione pubblica coincideva con la sua immagine sociale, cosicché il messaggio risultava in definitiva estremamente limpido. In virtù del medesimo meccanismo semantico appariva pertanto limpida anche la sua azione politica e solo le evidenti limitazioni culturali del personaggio hanno impedito di esercitare appieno sulla sfera politica un così ingente credito di fiducia.
Il caso Cicciolina ha fatto scuola, ed è stato infatti compreso da molti e vari personaggi ben più attrezzati, che si sono avvicendati sulla scena politica italiana, e non solo italiana; i quali, anziché celare, hanno tranquillamente esibito l’innominabile, avvalendosi poi di un secondo e non meno importante meccanismo mediatico: il rispecchiamento. Infatti, c’è sempre una parte del pubblico che vuole riflettersi e riconoscersi in un suo rappresentante.
Invece, il caso Marrazzo ha la medesima valenza del caso Mele, ma elevata al cubo. Il vecchio paladino mediatico dei deboli e degli onesti ha sbriciolato senza volerlo la sua immagine di Robin Hood in giacca e cravatta, ma nella mente del pubblico l’ha sostituita con l’immagine di un innominato che nell’oscurità di un sottoscala spende ingenti somme in piaceri dubbi. La mente corre ai prototipi del dottor Jekyll e di Mr. Hyde, ormai divenuti stereotipi grazie all’immensa massa di cultura popolare che si è stratificata in oltre un secolo. E agli stereotipi, soprattutto se propagati dalla potenza moltiplicatrice dei media, in generale le menti reagiscono come se fossero altrettanti interruttori. Anche perché, se tanto dà tanto – sostiene la vox populi - allora dov’è il limite? Dispiace per lui, ma il suo triste esempio potrebbe forse in futuro risultare salutare.

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