Stephen King, il maestro assoluto della letteratura fantastica e dell’horror, sul suo sito ufficiale annuncia la trama di Under the Dome, cioè “Sotto la cupola”, in uscita a novembre. Questa in sintesi la traduzione: in un giorno qualunque Chester Mill, ridente cittadina del Maine, viene improvvisamente e inesplicabilmente separata dal resto del mondo da un campo di forza. Aeroplani si infrangono su questa barriera e cadono in fiamme dal cielo, la mano di un giardiniere è troncata di netto nel momento in cui appare la cupola, persone sconvolte errano senza scopo nei dintorni, perché sono state separate dai propri familiari. Nessuno sa dire che cosa sia questa barriera curvilinea, da dove provenga e quando e soprattutto se mai essa sparirà. Protagonisti della vicenda sono Dale Barbara, reduce dalla guerra in Irak, Julia Shumway, proprietaria del quotidiano locale, tre coraggiosi bambini (nei libri di King i forti sono quasi sempre i ragazzi), Big Jim Rennie, un politico che non si ferma davanti a nulla, neppure dopo morto, e vari altri personaggi che dovranno svelare il mistero di una tecnologia incomprensibile, aliena, certamente minacciosa. E dovranno farlo in fretta, perché il tempo corre.
Come sempre Stephen King sorprende il suo pubblico planetario non solo per la proverbiale abilità di stimolarne la curiosità, di irretire gli assetati di suspense, ma anche e soprattutto per quella insondabile capacità di percepire umori diffusi ma difficilmente traducibili in parole. E lo fa tornando al genere fantascientifico, benché l’anticipazione internettiana lasci intuire anche qualche intervento soprannaturale. Ma torniamo al soggetto. Qual è il vero protagonista del romanzo? Evidentemente una forma geometrica pura: la sfera, o meglio la sezione di una sfera che contiene qualcosa – nella fattispecie una città – separandola irrimediabilmente dal resto del mondo.
L’immaginario di King, rabdomante delle tendenze nascoste nell’inconscio collettivo, va sempre preso molto sul serio. E allora, che cos’è questa cupola? E perché King ha usato una visione così semplice eppure così potente? Dal punto di vista tecnologico una cupola è una struttura ad altra ingegneria atta a creare un ambiente controllato. Lo scienziato eterodosso Buckminster Fuller, inventore delle cupole geodetiche, immaginò come si sa di ricoprire con una di queste armature la parte inferiore di Manhattan, allo scopo di produrre un microambiente dal clima controllato. L’idea, simile per certi versi ai progetti di arche spaziali, fu ripresa anni dopo con il complesso di Synergia Ranch, vicino a Santa Fe, nel New Mexico, e in seguito in grandi dimensioni con l’esperimento Biosphere 2, a Oracle, in Arizona.
Ma questo, per King, sarebbe solo il pretesto scientifico. La risposta inconscia all’immagine di una ciclopica cupola energetica è l’idea associata di una struttura difensiva, sorta di immane scudo, in grado di isolare intere comunità dall’azione di agenti distruttivi esterni, se non addirittura dall’impatto di un meteorite o di una testata nucleare. Naturalmente King, che è un formidabile lettore, usa in abbondanza materiali già collaudati.
Nelle sue infinite varianti letterarie quasi sempre all’interno della cupola si erge una città, emblema della comunità umana, ma anche della dipendenza dalla tecnologia. La versione fantascientifica più scioccante si trova forse in A Crack in the Sky, del 1976, di Richard A. Lupoff, l’autore della fortunata serie Buck Rogers nel venticinquesimo secolo. Nell’immaginario di Lupoff la Terra è ridotta ai minimi termini dall’inquinamento forsennato, al punto che i residui dell’umanità possono sopravvivere soltanto in trenta cupole che ospitano ciascuna trenta milioni di abitanti. Però la fine, un’orribile fine, è comunque alle porte.
Insomma, isolamento tecnologico e catastrofe definitiva vanno sempre di pari passo. Ieri come oggi. Saltando quasi un decennio - siamo nel 1984 - ritroviamo gli orrori delle città “cupolizzate” in un altro cult del genere: The Peace War, di Vernor Vinge. Qui una singolare tecnologia di “imbollamento” energetico viene utilizzata da un comitato ristretto per garantire la pace mondiale, naturalmente al costo proibitivo dell’arresto di ogni forma di progresso. E se vogliamo riferirci al fantastico di conio recente, non mancano certo altrettanti esempi, benché sia necessario cambiare continente e spostarsi in Giappone, dove il genio di Hiroki Endo fa iniziare e finire la saga di Eden in una struttura che è la copia esatta di Biosphere 2. Ebbene, Eden, uno dei più interessanti manga dell’ultima generazione, è appunto la descrizione di una partita cosmica e ipertecnologica, che si combatte fra il cielo e la terra, dove in gioco è il destino stesso dell’umanità, stretta tra il superamento di se stessa e la regressione senza remissione.
Dietro l’angolo di una civiltà che è giunta al massimo punto di espansione planetaria possibile c’è insomma sempre il rischio della distruzione totale, e le opzioni sono solo due. O chiudersi, ritirarsi, isolarsi, oppure espandersi, esplorare, disseminarsi. Questo è il formidabile punto di non ritorno individuato da King, che pubblicherà il suo nuovo libro nello stesso anno in cui si celebra il quarto decennio dallo sbarco sulla Luna.
Non si sa bene quanti abbiano avvertito lo strano retrogusto che ha accompagnato come un’ombra le infinite commemorazioni del quarto decennale dello sbarco. Eppure, quella sensazione amara ha fatto capolino qua e là, nonostante tutte le buone intenzioni. Certamente qualcosa trapelava, malgrado tutto, alla vista degli incanutiti astronauti americani intenti a firmare autografi con tanto di tariffa a metro lineare. Molti giovani e giovanissimi, vedendo in tv queste scene quasi patetiche, si saranno chiesti se poi sia vero che questi simpatici vecchietti ci siano stati davvero, lassù, nel libero firmamento. E se davvero abbiano fatto l’esperienza di un mondo nuovo.
La storia insegna che l’uomo ha lasciato la sfera terrestre per muoversi sulla superficie di una sfera del tutto nuova. Ma la storia non appassiona nessuno. Può insegnare, certo, ma non può fare accelerare il sangue nelle vene. La domanda oggi è: ci torneremo? Dovremo aspettare la sfida della Cina per rivedere scampoli della bella corsa a ostacoli celesti degli anni Sessanta fra Usa e Urss? O forse la Luna è diventata poco interessante?
Si promette allora che il prossimo sbarco sarà su Marte, perché più interessante, più simile alla Terra. La rivista “Wired”, pubblicazione cult degli amanti dell’alta tecnologia, ha colto al volo questo dilemma, ben più profondo di quanto non appaia, aprendo l’ultimo suo numero con dieci buoni motivi per dirigersi immediatamente alla conquista del pianeta rosso. Dieci ottimi motivi, tutti scientifici. Più un altro, quello più importante: la necessità di sognare l’altrove, di andare oltre, di lasciarsi alle spalle il vecchio per inseguire il nuovo, lo sconosciuto. In breve, la necessità di porsi sfide che siano fisiche e mentali. L’altrove è innanzi tutto un altro posto, e sconosciuto. È l’irraggiungibile che diventa raggiungibile. Luogo fisico, dunque, e smentita di ogni “non-luogo”, ma proprio per questo luogo spirituale per eccellenza.
Se ne è accorta anche la filosofia, sebbene sulla scia dell’immaginazione. Si capisce così il significato ultimo di una titanica impresa teoretica qual è quella affrontata da
Peter Sloterdijk, celebre filosofo dei media, Rettore della Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe e autore della trilogia Sfere, apparsa tra il 1998 e il 2004. Finalmente è da qualche mese in libreria la traduzione del primo tomo della trilogia, dal titolo Blasen, ovvero Bolle (Meltemi, 576 pagine).
Ma qui non si tratta di entrare in un testo immensamente complesso, che parla di membrane, involucri, specchi e simmetrie, quanto piuttosto si impone di rammentare che l’istituzione di una vera e propria “sferologia”, così apparentemente lontana dal senso comune, può invece aiutare a districarsi in quel turbamento profondo di cui si fanno illuminati interpreti scrittori come Stephen King.
Infatti Sloterdijk si sofferma a lungo su quell’involucro complesso fatto di città, di autostrade, e fatto anche e soprattutto di reti di comunicazione. Un’offensiva spaziale e semantica assolutamente monumentale, che ha il solo scopo di evitare che lo sguardo si posi su quel cosmo ormai nudo, illegittimamente ritenuto insensato, considerato a torto inaccessibile. Questa sostituzione della correlazione tra l’alto dei cieli e il piano orizzontale della 'terrestrità' con un involucro falsamente rassicurante e protettivo, in realtà con una bolla isolante, avviene in molti modi e viene chiamato con molti nomi: mercato mondiale, comunicazione globale, Welfare State.
In un altro scritto (Im Weltinnenraum des Kapitals, del 2005), lo stesso Sloterdijk definisce con linguaggio da Armageddon 'sfera finale' l’universo della speculazione finanziaria internazionale. Si era lontani anni luce dal crollo dei mercati mondiali e dalla crisi globale. Eppure era logico corollario al teorema il fatto che consimili cupole protettive siano tutte invariabilmente effimere, tutte destinate a scoppiare, o a implodere; come la fenomenale sfera di Dyson descritta da Gordon Eklund in una delle più belle sceneggiature della serie Star Trek. In quel caso a risultare 'imbollato' è addirittura un intero sistema solare, e con questo espediente la civiltà aliena incontrata dall’equipaggio dell’Enterprise pensò bene di sottrarsi all’eterno ciclo di guerre, ricostruzioni e distruzioni. Condizione in fondo molto simile alla nostra.
Salvo poi riconoscere che l’unica soluzione è proprio quella di liberarsi dalle barriere, di infrangere il cielo, generalmente per mezzo dei viaggi spaziali, in ogni caso per mezzo di quella spinta a salire, a involarsi.
Non vogliamo confessarlo, ma abbiamo quasi perduto l’idea del viaggio senza ritorno; ci siamo forse definitivamente condannati a una condizione di perenne 'cupolizzazione', distogliendo gli occhi dalle ali di Icaro. Ali inutili, forse anche mortali, ma senza le quali l’umanità rinuncia alla parte sublime della sua essenza.
Come sempre Stephen King sorprende il suo pubblico planetario non solo per la proverbiale abilità di stimolarne la curiosità, di irretire gli assetati di suspense, ma anche e soprattutto per quella insondabile capacità di percepire umori diffusi ma difficilmente traducibili in parole. E lo fa tornando al genere fantascientifico, benché l’anticipazione internettiana lasci intuire anche qualche intervento soprannaturale. Ma torniamo al soggetto. Qual è il vero protagonista del romanzo? Evidentemente una forma geometrica pura: la sfera, o meglio la sezione di una sfera che contiene qualcosa – nella fattispecie una città – separandola irrimediabilmente dal resto del mondo.
L’immaginario di King, rabdomante delle tendenze nascoste nell’inconscio collettivo, va sempre preso molto sul serio. E allora, che cos’è questa cupola? E perché King ha usato una visione così semplice eppure così potente? Dal punto di vista tecnologico una cupola è una struttura ad altra ingegneria atta a creare un ambiente controllato. Lo scienziato eterodosso Buckminster Fuller, inventore delle cupole geodetiche, immaginò come si sa di ricoprire con una di queste armature la parte inferiore di Manhattan, allo scopo di produrre un microambiente dal clima controllato. L’idea, simile per certi versi ai progetti di arche spaziali, fu ripresa anni dopo con il complesso di Synergia Ranch, vicino a Santa Fe, nel New Mexico, e in seguito in grandi dimensioni con l’esperimento Biosphere 2, a Oracle, in Arizona.
Ma questo, per King, sarebbe solo il pretesto scientifico. La risposta inconscia all’immagine di una ciclopica cupola energetica è l’idea associata di una struttura difensiva, sorta di immane scudo, in grado di isolare intere comunità dall’azione di agenti distruttivi esterni, se non addirittura dall’impatto di un meteorite o di una testata nucleare. Naturalmente King, che è un formidabile lettore, usa in abbondanza materiali già collaudati.
Nelle sue infinite varianti letterarie quasi sempre all’interno della cupola si erge una città, emblema della comunità umana, ma anche della dipendenza dalla tecnologia. La versione fantascientifica più scioccante si trova forse in A Crack in the Sky, del 1976, di Richard A. Lupoff, l’autore della fortunata serie Buck Rogers nel venticinquesimo secolo. Nell’immaginario di Lupoff la Terra è ridotta ai minimi termini dall’inquinamento forsennato, al punto che i residui dell’umanità possono sopravvivere soltanto in trenta cupole che ospitano ciascuna trenta milioni di abitanti. Però la fine, un’orribile fine, è comunque alle porte.
Insomma, isolamento tecnologico e catastrofe definitiva vanno sempre di pari passo. Ieri come oggi. Saltando quasi un decennio - siamo nel 1984 - ritroviamo gli orrori delle città “cupolizzate” in un altro cult del genere: The Peace War, di Vernor Vinge. Qui una singolare tecnologia di “imbollamento” energetico viene utilizzata da un comitato ristretto per garantire la pace mondiale, naturalmente al costo proibitivo dell’arresto di ogni forma di progresso. E se vogliamo riferirci al fantastico di conio recente, non mancano certo altrettanti esempi, benché sia necessario cambiare continente e spostarsi in Giappone, dove il genio di Hiroki Endo fa iniziare e finire la saga di Eden in una struttura che è la copia esatta di Biosphere 2. Ebbene, Eden, uno dei più interessanti manga dell’ultima generazione, è appunto la descrizione di una partita cosmica e ipertecnologica, che si combatte fra il cielo e la terra, dove in gioco è il destino stesso dell’umanità, stretta tra il superamento di se stessa e la regressione senza remissione.
Dietro l’angolo di una civiltà che è giunta al massimo punto di espansione planetaria possibile c’è insomma sempre il rischio della distruzione totale, e le opzioni sono solo due. O chiudersi, ritirarsi, isolarsi, oppure espandersi, esplorare, disseminarsi. Questo è il formidabile punto di non ritorno individuato da King, che pubblicherà il suo nuovo libro nello stesso anno in cui si celebra il quarto decennio dallo sbarco sulla Luna.
Non si sa bene quanti abbiano avvertito lo strano retrogusto che ha accompagnato come un’ombra le infinite commemorazioni del quarto decennale dello sbarco. Eppure, quella sensazione amara ha fatto capolino qua e là, nonostante tutte le buone intenzioni. Certamente qualcosa trapelava, malgrado tutto, alla vista degli incanutiti astronauti americani intenti a firmare autografi con tanto di tariffa a metro lineare. Molti giovani e giovanissimi, vedendo in tv queste scene quasi patetiche, si saranno chiesti se poi sia vero che questi simpatici vecchietti ci siano stati davvero, lassù, nel libero firmamento. E se davvero abbiano fatto l’esperienza di un mondo nuovo.
La storia insegna che l’uomo ha lasciato la sfera terrestre per muoversi sulla superficie di una sfera del tutto nuova. Ma la storia non appassiona nessuno. Può insegnare, certo, ma non può fare accelerare il sangue nelle vene. La domanda oggi è: ci torneremo? Dovremo aspettare la sfida della Cina per rivedere scampoli della bella corsa a ostacoli celesti degli anni Sessanta fra Usa e Urss? O forse la Luna è diventata poco interessante?
Si promette allora che il prossimo sbarco sarà su Marte, perché più interessante, più simile alla Terra. La rivista “Wired”, pubblicazione cult degli amanti dell’alta tecnologia, ha colto al volo questo dilemma, ben più profondo di quanto non appaia, aprendo l’ultimo suo numero con dieci buoni motivi per dirigersi immediatamente alla conquista del pianeta rosso. Dieci ottimi motivi, tutti scientifici. Più un altro, quello più importante: la necessità di sognare l’altrove, di andare oltre, di lasciarsi alle spalle il vecchio per inseguire il nuovo, lo sconosciuto. In breve, la necessità di porsi sfide che siano fisiche e mentali. L’altrove è innanzi tutto un altro posto, e sconosciuto. È l’irraggiungibile che diventa raggiungibile. Luogo fisico, dunque, e smentita di ogni “non-luogo”, ma proprio per questo luogo spirituale per eccellenza.
Se ne è accorta anche la filosofia, sebbene sulla scia dell’immaginazione. Si capisce così il significato ultimo di una titanica impresa teoretica qual è quella affrontata da
Peter Sloterdijk, celebre filosofo dei media, Rettore della Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe e autore della trilogia Sfere, apparsa tra il 1998 e il 2004. Finalmente è da qualche mese in libreria la traduzione del primo tomo della trilogia, dal titolo Blasen, ovvero Bolle (Meltemi, 576 pagine).
Ma qui non si tratta di entrare in un testo immensamente complesso, che parla di membrane, involucri, specchi e simmetrie, quanto piuttosto si impone di rammentare che l’istituzione di una vera e propria “sferologia”, così apparentemente lontana dal senso comune, può invece aiutare a districarsi in quel turbamento profondo di cui si fanno illuminati interpreti scrittori come Stephen King.
Infatti Sloterdijk si sofferma a lungo su quell’involucro complesso fatto di città, di autostrade, e fatto anche e soprattutto di reti di comunicazione. Un’offensiva spaziale e semantica assolutamente monumentale, che ha il solo scopo di evitare che lo sguardo si posi su quel cosmo ormai nudo, illegittimamente ritenuto insensato, considerato a torto inaccessibile. Questa sostituzione della correlazione tra l’alto dei cieli e il piano orizzontale della 'terrestrità' con un involucro falsamente rassicurante e protettivo, in realtà con una bolla isolante, avviene in molti modi e viene chiamato con molti nomi: mercato mondiale, comunicazione globale, Welfare State.
In un altro scritto (Im Weltinnenraum des Kapitals, del 2005), lo stesso Sloterdijk definisce con linguaggio da Armageddon 'sfera finale' l’universo della speculazione finanziaria internazionale. Si era lontani anni luce dal crollo dei mercati mondiali e dalla crisi globale. Eppure era logico corollario al teorema il fatto che consimili cupole protettive siano tutte invariabilmente effimere, tutte destinate a scoppiare, o a implodere; come la fenomenale sfera di Dyson descritta da Gordon Eklund in una delle più belle sceneggiature della serie Star Trek. In quel caso a risultare 'imbollato' è addirittura un intero sistema solare, e con questo espediente la civiltà aliena incontrata dall’equipaggio dell’Enterprise pensò bene di sottrarsi all’eterno ciclo di guerre, ricostruzioni e distruzioni. Condizione in fondo molto simile alla nostra.
Salvo poi riconoscere che l’unica soluzione è proprio quella di liberarsi dalle barriere, di infrangere il cielo, generalmente per mezzo dei viaggi spaziali, in ogni caso per mezzo di quella spinta a salire, a involarsi.
Non vogliamo confessarlo, ma abbiamo quasi perduto l’idea del viaggio senza ritorno; ci siamo forse definitivamente condannati a una condizione di perenne 'cupolizzazione', distogliendo gli occhi dalle ali di Icaro. Ali inutili, forse anche mortali, ma senza le quali l’umanità rinuncia alla parte sublime della sua essenza.

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