domenica 6 settembre 2009

Quaranta anni dallo sbarco sulla Luna nell'inferno del pianeta connesso

La fotografia più riprodotta al mondo è Whole Earth, scattata dall’Apollo 17. Si vede, come tutti sanno, una sfera biancoazzurra che galleggia nell’oscurità. È la nostra casa comune, ma immortalata dalla distanza di mezzo milione di chilometri: immagine inspiegabilmente commovente, onirica, che comunica l’idea stessa della fragilità.
Se questa è la reazione inconscia di fronte a una banale foto figuriamoci cosa deve essere stato viverla questa scena immersi nell’esperienza dello spazio profondo. Una prova condivisa da pochi: ventiquattro americani in tutto. Dodici scesero sul suolo lunare.
Ma che cosa provarono costoro e quel è il significato profondo della loro impresa? Se si esclude il carosello mediatico. nessuno aveva mai indagato su queste vite straordinarie. È ciò che venne in mente nel 1999 al giornalista britannico Andrew Smith, mentre si trovava in un hotel londinese per intervistare l’ex astronauta Charlie Duke per conto del Sunday Times. L’intervista fu bruscamente interrotta dall’annuncio della morte di Pete Conrad, uno di dodici moonwalkers, coloro che avevano passeggiato sulla Luna. Per Smith fu come una rivelazione. Ne restavano in vita soltanto nove. Bisognava far presto, occorreva raccogliere la testimonianza di questi coraggiosi individui che inavvertitamente avevano mutato la percezione del rapporto fra l'umanità e il cosmo circostante.
Il risultato di cinque anni di faticosi pedinamenti è stato Polvere di Luna, uscito per Cairo Editore, a breve distanza dall’edizione inglese. Un libro inusuale, perché racconta l’esperienza di chi è stato segnato dall’incontro con l’ignoto. A cominciare da Neil Armstrong, forse l’uomo meno avvicinabile dell’intero pianeta.
Tutti i sopravvissuti dell’Apollo hanno incontrato destini insoliti. Buzz Aldrin ritiene possibile costruire prima poi l'incredibile 'Mars Cycler', veicolo che dovrebbe scivolare intorno al sole, perennemente oscillando tra la Terra e Marte. Edgar D. Mitchell si è trasformato nel guru di un’associazione new age che si batte per il mutamento globale delle coscienze. Mike Collins è invece ancora immerso in quella inesprimibile esultanza che lo colse quando, ruotando intorno al lato nascosto del satellite, sperimentò la totale separazione dal resto dell'umanità terrestre, per effetto della massa lunare frapposta tra la naviclla e le emittenti radio. Alan Bean è invece diventato pittore, però monotematico. Dipinge solo paesaggi lunari. Jim Irwin lasciò la NASA e fondò il gruppo cristiano High Flight, imbarcandosi poi nella prima grande spedizione alla fantomatica ricerca dell’Arca di Noè. Anche Charlie Duke incontrò Dio, dopo un inferno fatto di alcool e superlavoro. Perfino la mente razionale di Harrison Smith, unico scienziato della compagnia, fu incantata dalla magia del pianeta silenzioso. Oggi non fa che ripetere, inascoltato, che la frontiera è un grande catalizzatore di libertà, ma la frontiera è sulla Luna, o su Marte.
Per non dire di John Yung, che si batte per salvare l’umanità dalla catastrofe grazie a un progetto avveniristico: il museo della vita, ovviamente sulla Luna, idea approvata dal fisico Stephen W. Hawking. Cielo, che malinconia!
Sembra impossibile, ma in realtà l’era delle grandi esplorazioni è finita da oltre un trentennio. Dove un tempo c’erano grandi progetti oggi ci sono le reti distribuite. I sogni si sciolgono nell’incessante flusso di dati. Il nostro presente sembra estraneo all’epos, allergico ai valori, colmo di riserve e di dissolvenze critiche. Ma allora che cosa è veramente accaduto negli anni ’50 e ’60?
Forse in quegli anni, in più di un senso, l’immaginazione al potere ci andò davvero. Più della competizione con i russi a fornire le ali al progetto Apollo fu la spinta propulsiva della controcultura. È la tesi di Smith, ma per chi ha vissuto quei tempi appare un’equazione evidente. L’estetica hippy, col suo immenso retroterra nutrito dal cinema, dai fumetti, dalla fantascienza e dalla letteratura utopistica, con la sua sfrenata idea del superamento di ogni catena fisica o mentale, fornì la necessaria onda emotiva anomala, capace di lanciare l’Apollo 11, e i suoi predecessori e successori, in un’intrapresa che non aveva alcunché di veramente razionale.
In ogni caso, più di ogni altro evento, l’epopea lunare diffuse un nuovo senso di responsabilità: la responsabilità cosmica. Non a caso l’ipotesi Gaia, il cosiddetto 'pianeta vivente', fu sviluppata dallo scienziato della NASA James Lovelock poco dopo la conclusione delle spedizioni dell’Apollo.
Le suggestioni della controcultura penetrarono a fondo nella cittadella della scienza, perfino al di là della cortina di ferro. Se nel 1960 fu varato il progetto Ozma, primo radiotelescopio a caccia di intelligenze extraterrestri. L'astrofisico Fred Hoyle, padre della teoria della panspermia, divulgava nel 1964 sotto forma del celebre romanzo A come Andromeda, scritto insieme a John Elliot, certe sue idee non banali sulla possibilità concreta dei contatti fra civiltà galattiche. Nel ’62 il fisico russo Iosif Shklovskii pubblicava Universo, vita e mente, dove si vagheggiava di civiltà galattiche immensamente più avanzate della nostra. Il libro fu tempestivamente tradotto e ampliato dal fisico Carl Sagan, che in seguito capitanò il gigantesco progetto SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence). L’esobiologia, cioè lo studio della vita al di fuori della Terra, acquisiva credito. Così un universo ipoteticamente affollato catalizzò le aspettative delle masse.
Dunque, nei fatidici ’60 lo spazio profondo colmò l’immaginario più di ogni altra novità. Non a caso la reazione degli artisti, timorosi di una indebita usurpazione del loro territorio, fu a dir poco gelida. Quando chiesero a Picasso le sue impressioni sull’allunaggio rispose acido che non gliene fregava niente. Salvador Dalì aggiunse che esso era inutile, tanto c’era già tutto nei suoi quadri. Soltanto gli esponenti della Pop Art furono in sintonia con i tempi. Andy Warhol immortalò un luminosissimo Buzz Aldrin, e Robert Rauschenberg realizzò il fotomosaico Hot Shot intorno alla poderosa mole del Saturno V che decolla.
Ma fu l’anima popolare dei fumetti e del cinema la macchina moltiplicatrice della nuova sensibilità. Memorabile una striscia di Schulz, che mostra Snoopy col casco, tra i crateri lunari: “Ce l’ho fatta – dichiara soddisfatto - Sono il primo bracchetto sulla Luna. Ho battuto i russi, ho battuto tutti… ho anche battuto quello stupido gatto dei vicini!”. Altrettanto indimenticabile è l’enigmatico 2001: Odissea nello spazio, capolavoro di Stanley Kubrick, elaborato da La sentinella, racconto di Arthur C. Clarke.
Però, nel nostro tempo, l’evo delle reti, i voli umani si programmano sulle orbite basse. Viaggi routinari dello Space Shuttle fanno da sfondo alla nuova classe dei ricchi ma scialbi turisti spaziali, fondata da Dennis Tito nel 2001.
Per i poveri diavoli c’è sempre la consolazione di Google Earth e dei suoi futuri sviluppi, il software che consente di attraversare il mondo su un disco volante virtuale. Eppure, fra tante navigazioni, in realtà si percepisce un mondo come fosse costretto e quasi soffocato nell’innaturale immobilità dello spirito.
Curiosamente, la figura che compendia questa forzata prigionia tecnologica nacque insieme al programma Apollo. È Silver Surfer, l’eroe dei fumetti ideato da Stan Lee e Jack Kirby per la Marvel: il surfista d’argento dello spazio, che vola alla velocità della luce, ma che è stato confinato sulla Terra dal terribile Galactus mediante un’invisibile barriera energetica, situata alla stessa altezza dell’orbita dell’attuale stazione spaziale internazionale. Un prigioniero ante litteram dell’orizzonte terrestre, costretto a occuparsi dell’eterno ritorno dell’identico, mentre il suo sguardo infelice vaga fino ai confini dell’universo.


Riccardo Notte - articolo pubblicato nel 2008 sul "Secolo"

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