domenica 2 agosto 2009

"L'uomo, la macchina, l'automa" di Carlo Sini

Food Serving Robot è un automa cuoco presentato giorni fa al FOOMA di Tokio, l’esibizione internazionale di tecnologie per la ristorazione. FSR produce frittelle tutte uguali, dall’aspetto per la verità poco appetitoso. Aero Blue è invece un piccolo androide tremolante che imbocca amorevolmente gli esseri umani, proprio come i robottini del cartoon disneyano Wall.(E) adibiti al nutrimento dei nostri ipotetici discendenti, talmente obesi da essere incapaci di muoversi dai loro letti semoventi. Scherzi a parte Aero Blue, o un suo derivato, potrebbe rivelarsi utilissimo alle persone immobilizzate da malattie o da traumi.
Ma le novità nel panorama delle nuove macchine complesse sono tante che è arduo anche soltanto citarle. Per esempio CW100, sviluppato dalla coreana Microbot, pulisce come un aspirapolvere controllato a distanza da un cellulare 3G. Fin qui nulla di particolare. Però CW100 nota tutto, sente tutto, registra tutto. È solo questione di tempo e poi a qualcuno verrà in mente di connettere l’occhiutissimo robot ad applicazioni iPhone del tipo WhosHere. E allora addio vita privata. Roba da fare impallidire il Grande Fratello.
E che dire di Saya? È il prototipo della insegnante artificiale, una “gineide” testata nella scuola elementare Kudan di Tokyo. Lì i bambini apprendono scienze e tecnologia da labbra di plastica; dal canto loro i prof del Sol Levante immancabilmente sorridono. Ma se il governo nipponico decidesse di sostituire gli obsoleti docenti? Sorrideranno ancora?
Di gran lunga più sorprendenti sono però due sistemi di intelligenza artificiale, recentemente segnalati dalla rivista “Le Scienze”. Il primo è Adam, ideato dai ricercatori della Aberystwyth University e dalla Cambridge University diretti dal professor King Ross. Adamo, nome a dir poco evocativo, è un robot “scienziato” in grado di progettare e poi condurre esperimenti biologici, valutandone perfino i risultati e decidendo di conseguenza quali altri esperimenti siano idonei. Il prototipo ha prodotto una semplice ma del tutto inedita scoperta sulla genomica del lievito Saccharomyces cerevisiae. Dopo Adamo – è scontato - verrà Eva, che sarà utilizzata per sintetizzare nuovi farmaci.
Il secondo portento è invece un programma, vale a dire un robot virtuale, messo a punto da Hod Lipson e da Michael Schmidt della Cornell University. Ebbene, questo software è capace addirittura di “svelare” le leggi della natura, senza alcuna programmazione precedente, semplicemente “osservando” i fenomeni e deducendone le regolarità. Finora il meraviglioso meccanismo logico ha dedotto in poche decine di ore le leggi del moto di Isaac Newton. Presto sarà impiegato per “studiare” i sistemi biologici o cosmologici. Potremmo dunque attenderci vere e proprie scoperte rivoluzionarie. Ma a farle saranno le macchine, con o senza l’aiuto dell’uomo.
Quel che più colpisce nell’avvicendarsi di invenzioni che sembrano sostituire parti sempre più ampie dell’azione umana è la scarsità di riflessioni filosofiche sulle conseguenze. Nietzsche la definiva la spensierata leggerezza degli ingegneri. È anche vero che i tecnologi non hanno tempo e forse neanche voglia di dedicarsi ai massimi sistemi. Eppure tali innovazioni investono l’intera condizione umana. Sì, ma in che modo?
Prova a colmare la lacuna il filosofo Carlo Sini in L’uomo, La macchina, l’automa (Bollati Boringhieri, 124 pp., 14 euro) da poco approdato in libreria: un lavoro che affronta da una prospettiva inconsueta quella strana, indefinibile proiezione chiamata automa (da autómatos, ciò che si muove da sé) che da millenni segue l’uomo come l’ombra. L’ automa, o per gli enciclopedisti l’androide, ribattezzato forse definitivamente “robot” dai fratelli Čapek, sembra di per sé stimolare domande metafisiche. La più celebre risale come si sa a Cartesio, che angosciosamente si interrogava sull’eventuale natura macchinina degli esseri umani e degli animali. Sini su ciò taglia corto. Si tratta – a suo dire – di una falsa questione, poiché in sintesi tutti i prodotti della tecnica (quindi anche i robot che manifestano “comportamenti” sempre più indipendenti) sono perfettamente in sintonia con la caratteristica saliente dell’essere umano: la capacità di estroflettere strumenti, a partire dal linguaggio, il primo e meno evidente di tutti. I robot quali protesi ultrasofisticate, estensioni tecnologiche delle mani, dei sensi e del cervello?
È una visione condivisa da molti, per esempio dai teorici della cosiddetta “memetica” . Sini peròinquadra la questione in una cornice di riferimento neoevoluzionista, in linea con le valutazioni di André Leroi-Gourhan e in continuità con una filosofia della prassi singolarmente amalgamata alla semiosi peirciana.
Certo, negare recisamente l’idea stessa della discontinuità tra l’uomo e il suo doppio artificiale può forse essere l’unica soluzione teoretica praticabile. Ma allora da dove proviene il fascino ambiguo dell’umanità vicaria? Se le varietà di intelligenze artificiali in costruzione altro non sono che forme perennemente in transito, scaturite dalla capacità di produzione simbolica, perché mai temerle? E perché desiderarle?
Non è certo la rassicurante identità siniana tra il lavoro e la conoscenza, secondo il filosofo ambedue veri e propri media universali, nei cui confini in perenne espansione si iscriverebbe anche l’epopea dell’intelligenza artificiale, che ha eccitato l’entusiasmo degli scienziati.
Basta leggere John von Neumann, ad esempio negli ampi passi riportati in Il mondo come gioco matematico, splendida biografia di Giorgio Israel e Ana Millán Gasca (Bollati Boringhieri), per notare con sgomento fino a che punto questo genio irraggiungibile, precursore teorico di innumerevoli invenzioni contemporanee, abbia creduto nell’ipotesi della radicale discontinuità fra l’uomo e le sue definitive macchine autoreplicanti: definitive come il papa cattolico descritto dallo scrittore Clifford D. Simak, che è però un papa robot, così umanamente alla ricerca del senso di se stesso e dell’universo. Macchine definitive, dunque, come quel robot immortale che in Anni senza fine, sempre di Simak, una volta estintasi l’umanità, tenta di coltivare l’intelligenza di mammiferi inferiori. Forse per rompere l’ineluttabile solitudine della macchina perfetta. È la nostalgia dell’uomo, presente anche in A.I. di Steven Spielbeg.
Giulio Giorello, recensendo sul “Corriere della Sera” il libro di Sini, osserva che una storia della fantamatematica, con tutte le sue inaudite proiezioni, compresi i supercalcolatori, non è stata ancora scritta. Ma è come riconoscere che il primato andrebbe agli scrittori, ai poeti, ai visionari e non agli ingegneri. Chissà quale posto occupano i filosofi.
Forse perché gli scrittori non devono dimostrare, ma solo mostrare. Isaac Asimov, grande visionario di dispositivi fantastici, fu come tutti sanno il padre di una moltitudine di robot artisti, poeti, scienziati, filosofi e perfino teologi. Come l’intelligentissimo QT-1, che in Reason, una volta assemblato, inizia immediatamente a definire se stesso nei consueti termini cartesiani: penso, dunque sono, ma allora devo la mia esistenza a un Dio che mi ha creato e al quale la mia sostanza deve necessariamente somigliare. Non certo all’uomo, che è a me così inferiore. Pertanto Dio è un meccanismo perfettissimo ed eterno, e QT-1 è il suo profeta.
Ineffabile QT-1, meccano cartesiano, che fa sorridere e pensare. Ma non quanto un’altra invenzione asimoviana: Stephen Byerley, il robot politico, che riesce perfino ad essere eletto coordinatore degli Stati Uniti. Una benedizione per l’umanità, perché Byerley deve obbedire alle tre ipotetiche leggi della robotica, e alla cosiddetta legge zero, che le compendia e le generalizza, per cui un robot deve sempre prendere la migliore decisione politica rivolta al bene della collettività. Peccato che ancora non siano state inventate le tecnologie per implementare queste qualità in noi fallibili esseri umani.

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