lunedì 18 marzo 2013

Perché i “grillini” non potranno mai governare

Possono i parlamentari di M5S, che derivano dalla “Condizione 0rizzontale”, accettare la “Condizione Verticale” di ogni struttura decisionale? Parlamento e governo di una nazione in primis? Le recenti votazioni alla Camera e al Senato sembrano rispondere con un secco no, ma, prima di azzardare una valutazione di merito, è opportuno studiare il problema M5S da un punto di vista eminentemente comunicazionale. Partiamo dai criteri di selezione dei candidati e dalle ovvie domande che ne derivano. Com’è avvenuta questa selezione? I candidati effettivamente eletti conoscevano personalmente Grillo prima di essere selezionati “dal popolo dei cittadini”? E se sì, quante volte lo avevano incontrato? E tutti questi eletti, quali esperienze in comune possono vantare? Anche un esame sommario della natura e della fortuna repentina di M5S mostra che i suoi membri non hanno forti coesioni tra loro. Essi non formano una vera “comunità”, se si intende per “comunità” un insieme di persone che ha avuto una storia comune, che ha condiviso a lungo battaglie comuni, specialmente in politica. M5S appare al contrario de-strutturato, anzi rivendica orgogliosamente questa sua anomala caratteristica. Nelle interviste alle tv statunitensi Grillo ammiccava all’universo politico americano, perché è noto che i partiti politici statunitensi sono poco strutturati. Ma questa presunta analogia con M5S è assolutamente fuorviante. È vero che i partiti politici statunitensi sono poco strutturati, però essi sono comunque minimamente strutturati. Inoltre, negli Usa vale moltissimo la coerenza dei candidati con l’indirizzo politico del partito in cui militano, com’è noto; questo status di appartenenza si può descrivere con l’espressione “essere nell’opinione dell’elettorato di riferimento”. Obama è stato “nell’opinione” dei Democratici anche prima di pensare a una qualsiasi carriera politica. Così pure il suo recente sfidante Romney, che chiaramente è stato un rappresentante delle opinioni del T Party ben prima di entrare in qualsiasi agone politico. Così, la riconoscibilità del candidato è garantita a prescindere. Essere riconoscibile per le proprie opinioni, per esempio per le opinioni di appartenenza repubblicana, vuol dire assumere una ben precisa posizione nei confronti della legge e dell’ordine, delle tasse, del ruolo degli Usa sullo scacchiere internazionale etc. E altresì vale per chi appartiene all’universo dei democratici. Tutto questo non può assolutamente essere applicato al caso Grillo e ai suoi seguaci, ma per capirci qualcosa occorre appunto esaminare l’evento e l’avvento M5S dal punto di vista comunicazionale, muovendo dalle origini. Queste origini risiedono della diffusa stanchezza dell’elettorato italiano nei confronti del sistema politico nel suo complesso, stanchezza che si è mutata in rabbia e poi addirittura in furia distruttiva. In realtà, i partiti politici hanno tutti percepito perfettamente l’aria che tirava e ciascuno si è attrezzato secondo le sue disponibilità. Il PD reagì in modo intelligente, inventando le primarie. Un buon successo, anche se contestato, ma non sufficiente. Il PDL, a sua volta, stava per intraprendere lo stesso percorso, ma gli interessi e la personalità del suo leader stroncarono l’iniziativa – si ricorderà – quasi sul traguardo. Berlusconi sapeva, e sa, di poter contare su un bacino mediatico certamente non più sufficiente ad assicurargli la vittoria, ma comunque tale da assicurargli una posizione di tutto rispetto senza dover ricorrere a un processo di tardiva presa di contatto diretto con il suo elettorato deluso. In tutto questo gioco di rimessa si inserisce Grillo. Grillo capisce che il momento è quello giusto per mettere in scena una comunicazione semplice, rozza, elementare, perché questa comunicazione è la più forte. E lo fa nelle piazze, luoghi nel frattempo disertati da tutti i politici. Grillo “sale sulla botte”, come si diceva un tempo, e con un linguaggio insolito per un politico dichiara che “se ne devono andare tutti affanculo”. È il celebre “vaffa”. Grillo, insomma, mena mazzate alla cieca, ma in termini estremamente comprensibili a tutti, usando un linguaggio elementare tipico della gente che non studia di politica e che sovente è anche a corto di vera informazione. E mentre sfrutta questa sua propensione per la piazza, in televisione non ci va, come si sono accorti tutti con crescente sgomento. Perché non va in tv? Grillo dice di snobbarla perché i talk show sono “trappoloni”, perché i giornalisti sono “leccaculo” dei potenti etc. etc. In realtà il motivo è un altro. Grillo sa benissimo – perché è un personaggio nato con la televisione, nella televisione e grazie alla televisione – che se va in tv avrà a che fare con dei veri contraddittori, quindi con interlocutori agguerriti e preparati, che gli porranno domande solide, in un contesto in cui è impossibile rispondere per improperi, per slogan o per parabole quasi evangeliche, o peggio per vaghi millenarismi e catastrofismi che intercettano un diffuso sentimento da “fine del tempo”. Insomma, se Grillo va in tv in qualità di rappresentante politico, ma senza un supporto di argomenti veri, il sistema mediatico gli farà la classica “barba e capelli”, gli porrà questioni cruciali e perfino vitali, gli chiederà cifre e documenti, gli chiederà insomma cosa intende fare nello specifico di ciascun capitolo dello Stato. Però Grillo opera nel web e attraverso il web. Con il web (che è appunto una ragnatela) riesce in breve a cucire insieme tutti coloro che sono in accordo col “vaffanculo” generale, perché costoro non aspettano altro. Come mai? Il motivo è perfino banale. Il popolo del web è in realtà composto in grande maggioranza da gente che vive nell’isolamento più o meno spinto e che non aspetta dunque altro che qualcuno lo chiami, lo riunisca e lo guidi come un buon pastore. E il pastore cosa fa? Prende sei, sette, otto punti dal dibattito comune, ultrapopolare, da bar, e li mette al centro della sua agenda “politica”. Non a caso si tratta sempre di punti decostruttivi, mai propositivi. “L’euro ci ha rovinati”! “Abbassiamo gli stipendi dei parlamentari”! “Via i corrotti”! etc. etc. Queste parole d’ordine – ovviamente spesso condivisibili - fanno da catalizzatore e formano la base di quei famosi “contenuti” dei grillini; ma in realtà quello che conta è proprio la reazione innescata dal catalizzatore, che in breve – proprio come fa un catalizzatore – trasforma un insieme di molecole sparse e in moto disordinato in un aggregato apparentemente coerente e coeso. Questa qualità antropologica del popolo dei grillini si è manifestata appieno nella scelta e selezione dei candidati, tant’è che ha dato la stura alle note ed esilaranti battute di Crozza, che aveva perfettamente capito l’entità e la qualità del fenomeno. Poi vengono le elezioni, con l’apparente novità di candidati che provengono dal basso, in realtà selezionati, e piuttosto in fretta, dallo stesso Grillo e dai suoi più stretti collaboratori. Il risultato delle urne, che sorprende gli stessi grillini, consegna al movimento quasi nove milioni di voti. M5S diventa il primo partito in Italia. Già. E ora? Ora il mandato è quello di evitare a ogni costo il sostegno a chicchessia, e il motivo è ovvio. Se ciò accadesse, anche per le migliori ragioni, il messaggio del “vaffa” si sgonfierebbe come un palloncino forato. Intendiamoci, gli eletti del movimento, sono probabilmente tutte persone per bene, gente rispettabile, ma anche gente inesperta se non praticamente sprovveduta. Perché quando poi si va alle decisioni politiche, quelle vere, bisogna per forza sostenere un’opinione ben precisa in ciascuna materia; e da qui la consegna del silenzio assoluto con i giornalisti, dipinti da Grillo, e tutti in blocco, senza esclusioni, come dei manutengoli del potere, quindi come dei nemici assimilati alla “casta”. Una bella nemesi per Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo! Ma il motivo della consegna del silenzio e dell’assoluta negazione di ogni “compromesso” è anche un altro, ben più sostanziale. Se non si accetta alcun “compromesso” né si appoggia alcuna linea politica, allora non c’è nessun motivo di discutere alcunché. E Grillo sa perfettamente che questa eterogenea accozzaglia di persone, eletta dalla furia popolare, se davvero si mettesse a discutere in un’assemblea di problemi concreti, e quindi di decisioni, si spaccherebbe in mille frammenti. Chi ha vissuto l’epoca dei collettivi e delle assemblee post-sessantottine ricorda benissimo che in quelle occasioni si sprecavano oceani di parole, ci si accapigliava perfino a sangue su un punto e virgola, ma poi non si concludeva mai nulla: in breve non si veniva ad alcuna decisione. Questa dinamica, aggiornata al sistema dei media attuale, è esattamente lo specchio di quello che succede nel web. Ora, tutta quest’ottima gente di M5S è prevalentemente il prodotto di una comunicazione ORIZZONTALE, perché il web è appunto il MEDIUM ORIZZONTALE per eccellenza. Questa stessa ottima gente ora si trova nei pasticci, perché la presenza stessa in un’assemblea POLITICA, presuppone LA VERTICALITA’, presuppone un gruppo, un capogruppo, una strategia comune che non può esser messa in discussione volta per volta e un insieme di proposte CONCRETE nei vari capitoli e segmenti dello Stato. Il battaglione di deputati e senatori grillini sbarca nell’assemblea come un prodotto improvviso di una solitudine e di una orizzontalità moltiplicate per cento. Ma proprio quando sbarcano nell’assemblea essi iniziano a conoscersi l’un l’altro, scoprendo che i più non hanno una storia in comune, non hanno neanche interessi in comune e – il che è peggio – orientamenti ideologici o concettuali comuni. Tra i centoventi e passa onorevoli grillini non ce ne sarà neanche uno – c’è da scommetterci la casa – che abbia scambiato opinioni, idee e proposte con tutti gli altri centoventi e passa, prima di incontrarsi FISICAMENTE nell’aula. Questo è quanto si intende qui con l’espressione “prodotto di una dinamica orizzontale”. Non solo. Questa gente, partita da una dinamica e da una condizione orizzontale, non può assolutamente accettare la verticalità. È la logica dell’”uno vale uno”, che infatti si ritorce contro ciascuno nel momento in cui c’è il necessario richiamo all’ordine da parte dell’UNICO che non è UNO che vale uno, e cioè da parte di Grillo. Ma allora come si fa a tenere coeso un gruppo di circa centoventi? Lo si fa dicendo che non ci si deve alleare con nessuno, che appunto non si deve entrare nello specifico, e lo si fa evitando accuratamente di rivelare al proprio pubblico di elettori che in realtà la politica è COMPLESSA. Sempre! Ovunque! Ed è anche fatta di decisioni il più delle volte difficili e perfino poco o per nulla popolari. Se il popolo del web dovesse davvero decidere a maggioranza su tutte le complesse e delicate questioni interne ed estere che riguardano il governo della nazione, ebbene in meno di un anno quella nazione sarebbe ridotta al ruolo di una repubblichetta delle banane. Naturalmente, come si è visto, la condizione orizzontale da subito non ha retto la prova nella votazione di Grasso al Senato, e questo perché quando si tratta di questioni delicate ed importanti si comprende subito che è necessaria una decisione di qualche tipo; ma ogni decisione spacca, “separa” chi decide pro da chi decide contro. La dinamica della spaccatura interna nella votazione al senato certamente si ripresenterà anche in modo più drammatico quando si tratterà di decidere intorno a questioni che richiederanno un serio dibattito e soprattutto un adeguato approfondimento. E qui veniamo al secondo nodo gordiano dei grillini. L’orizzontalità dalla quale provengono è frutto della dinamica psicologica del web. Ma nel web due cose non sono assolutamente possibili: 1) L’APPROFONDIMENTO. Il web per sua natura incoraggia l’assimilazione di messaggi frammentari, veloci, sovente contraddittori. È difficile trovare nel web una pagina di reale approfondimento o di ragionamento lungo, logico sequenziale, supportato da dati, e questo specialmente per quanto riguarda la politica. Anche quando c’è, essa ha poco ascolto, perché l’approfondimento richiede tempo e fatica, soprattutto tempo. Ma il web per sua natura divora il tempo disponibile. Quindi, chi vive online o chi è sempre e solo “sulla notizia” è aggiornatissimo ma di solito non vede l’orizzonte. È accaduto qualcosa di simile a tutti i vaticanisti che hanno seguito l’elezione del nuovo pontefice. Tutti sapevano tutto di tutto e di tutti ed erano aggiornatissimi, istante per istante, ma nessuno ha intuito chi sarebbe stato il prossimo papa. Solo Messori ha capito, ma appunto dal silenzio della sua vita appartata e meditativa. E questa sua condizione gli ha consentito di vedere l’orizzonte. 2) Nel web la natura umana, con tutte le sue contraddizioni ma anche con tutte le sue qualità, non emerge. E non emerge il fatto che le scelte, quelle vere, si fanno anche per sentimento, o per debolezza. La maggioranza delle azioni che ciascuno di noi compie giorno per giorno non è razionale. La razionalità pura e semplice non fa parte della natura umana, e nelle scelte di appartenenza politica ciò che più conta è proprio il senso di appartenenza a qualcosa che trascende il dato razionale, per esempio del prodotto interno lordo o della peraltro giusta protesta contro la corruzione o lo spreco. Conta invece, e moltissimo, il proprio orientamento morale e spirituale, il proprio universo di esperienze, le proprie convinzioni. Tutti questi fattori spingono verso la verticalità, perché le SCELTE PERSONALI NON SONO MAI OMOLOGABILI. Ed ecco che il battaglione dei centoventi e passa grillini scoprirà presto di NON ESSERE quel gruppo omogeneo che credeva di essere, ingannato dalla orizzontalità senza spessore del web e dalla geniale retorica e sapienza comunicazionale di un personaggio certamente fuori dal comune, a metà tra un Girolamo Savonarola e un Arnaldo da Brescia in jeans e Ray-Ban scuri.

domenica 1 aprile 2012

E' uscito il mio ultimo libro:

Riccardo Notte
FENOMENOLOGIA DELLA FINE DEL MONDO
Science Fiction e Fantasy dall’Ottocento a oggi.
Bulzoni Editore, Roma, marzo 2012










INDICE


Cap. I - GRANDI APOCALIZZATORI MODERNI
1.1 Apocalissi pure e spurie
1.2 La logica degli elementi
1.3 La fine dell’uomo secondo Mary Shelley
1.4 L’Apocalisse aerea da Jack London a James Cameron
1.5 Catastrofi uraniche e collassi terrestri


Cap. II – APOCALISSI MISTICHE E FILOSOFICHE DEL PRIMO NOVECENTO
2.1 Il vincolo escatologico
2.2 La fine del mondo secondo Mattew P. Shiel
2.3 Il cupio dissolvi di Richard Jefferies
2.4 L’Armageddon tecno-spirituale di Robert Benson


Cap. III - FUTURISMO APOCALITTICO
3.1 Futurismo post-simbolico
3.2 Marinetti profeta della fine del mondo
3.3 Lo strano caso di Ruggero Vasari
3.4 Il millenarismo di Volt
3.5 Morte e resurrezione nei racconti parafuturisti di Čapek

Cap. IV – FUOCO, TERRA, ACQUA
4.1 Il fuoco distruttore
4.2 Mordecai Roshwald, Ben Bova e Stanley Kubrick
4.2 Della Terra e dell’acqua. La rivolta degli elementi della vita

Cap. V – ARMAGEDDON ROBOTICA
5.1 Il servitore perfetto di Clifford Dante Simak
5.2 Il magnifico suicidio collettivo di Tevis
5.3 Morte e resurrezione con gli automi in Isaac Asimov e James White
5.4 Il piacere della fine del mondo secondo James Gunn

Cap. VI - NUOVE ICONOGRAFIE APOCALITTICHE
6.1 Pianeti erranti e mostri distruttori
6.1 Anomalie in Wyndham, Thomas e Spitz
6.2 L’apocalittica sferica in Vernor Vinge, Hiroki Endo, Stephen King e Michael Crichton.
6.3 L’inferno affollato di Harry Harrison

Cap. VII – RIDONDANZE APOCALITTICHE
7.1 Limiti della pensabilità della fine del mondo secondo Kant
7.2 La reductio ad nihil di Anders
7.3 Il medium nucleare di Derrida
7.4 Finis temporis in Olaf Stapledon
7.5 Fuga simbolica nell’ultrafuturo

BIBLIOGRAFIA

INDICE DEI NOMI

Quarta di copertina

















PREMESSA

Superare la notte, aprire gli occhi, ascoltare il mondo intorno a sé, è sempre un miracolo. L’alba annulla le tenebre, dissolve le allucinazioni, placa le inquietudini. E poi ciascun risveglio racchiude la promessa di tutti gli altri che verranno.
E se invece ci ridestassimo nell’ultimo giorno? Se fossimo all’improvviso consapevoli che la rete temporale che sostiene l’esistenza fosse sul punto di essere annientata, e di lì a poco? Se gli impegni, le segrete speranze, gli oscuri timori, le sofferenze, le gioie, le occupazioni, le stesse credenze dovessero fulmineamente dissolversi?
Se fosse annunciata la fine dello spettacolo, per tutti?
Potremmo forse declamare un delicato auto-epitaffio, come nel tragico trapasso del replicante Roy Batty in Bladerunner di Ridley Scott: «E tutti… questi momenti, si perderanno nel tempo, come lacrime… nella pioggia». Ma non avremmo nulla da salvare, né alcuno cui comunicare l’ultima testimonianza. Quell’epitaffio sarebbe fuori luogo, perché si riferirebbe alla memoria delle vite di tutti e di nessuno.
I moribondi spesso testimoniano con la parola i loro ultimi momenti di lucidità perché annettono a ciò che resta, al mondo della vita, un peso che forse non hanno mai valutato sino in fondo, in tutto l’arco della propria esistenza terrena.
Però, oggi siamo abituati ad attendere la fine del mondo. Si può perfino sostenere che siamo stati addestrati a questo scopo. Il che ci porta immediatamente a domandarsi chi ci abbia ammaestrati, e perché; e, non ultimo, in che modo. La risposta alla prima domanda è elusiva per definizione, ma non per l’assenza di un soggetto logico. E quale? Se esso esiste, deve avere un fondamento radicale.
La seconda domanda dischiude molte e contrastanti ipotesi. Non c’è dubbio che l’attesa della catastrofe, conturbante amalgama di terrore e desiderio, sia correlata alle regole psicologiche della comunicazione. Più si moltiplicano gli strumenti del comunicare più è agevole che la verosimiglianza della fine del mondo, o perlomeno della perdita di un mondo, faccia breccia nelle coscienze. I media generalisti, com’è noto, prediligono le cattive notizie e mostrano un appetito insaziabile per le catastrofi globali. Cataclismi, piaghe, sconvolgimenti, conflitti e rivoluzioni sono il saporito companatico di una giornata mediatica ben spesa. Il cinismo è qui di casa. Prove tecniche di persuasione di massa? Può darsi.
Consideriamo ad esempio la metafora del contagio senza scampo. Negli ultimi decenni quasi non si contano le vere o presunte pandemie. Il virus dell’HIV è stato l’apripista, diciamo pure un’ottima esercitazione per determinare la potenza dei moderni mass media. Da allora sono apparsi e altrettanto rapidamente scomparsi l’Ebola, l’encefalopatia spongiforme bovina (la nota «mucca pazza», potenza dei nomi!), l’antrace, la Sars, l’influenza suina (immonda già nell’appellativo) e l’aviaria (volatile, imprendibile fin nel lemma).
L’invisibile contagio può annientare anche il mondo delle macchine. Un esempio rappresentativo di matrimonio alchemico tra il vecchio chiliasmo dei secoli bui e la fuga futuristica nella seducente società hi-tech fu il cosiddetto «Millennium bug». Il mondo intero – si ricorderà – fu infettato da questo singolare retrovirus comunicazionale. Si disse che il cambio di data dal 31 dicembre 1999 al 1 gennaio 2000 avrebbe causato l’azzeramento della maggior parte dei sistemi operativi, perché tarati col vecchio computo temporale a due cifre. Il conseguente collasso della rete informatica globale avrebbe poi provocato un effetto valanga d’inimmaginabili proporzioni, precipitando di colpo l’umanità in pieno medioevo.
Beh, peccato. Sarebbe stata una fine del mondo davvero originale. Non per nulla l’idea ispirò illustri artisti e celebri sceneggiatori. Naturalmente non accadde alcunché, e il primo gennaio del 2000 l’avvincente congettura dell’Armageddon per difetto di calcolo fu archiviata in tutta fretta. Ma non per sempre. Infatti, è rispuntata più forte di prima con l’annuncio di un bug che «inesorabilmente» colpirà i sistemi Unix alle ore 03:14:07 del 19 gennaio 2038.
Fortunatamente mancano quasi trent’anni per abituarci all’idea, e inoltre potrebbe essere una preoccupazione inutile. Recentemente l’astrofisica Margherita Hack ha ricordato che il 13 aprile del 2036, due anni prima del presunto cedimento informatico, la Terra rischierà la distruzione a causa dell’asteroide Apophis (ancora un nome indovinato, che deriva dal dio egizio della distruzione): gigantesco macigno cosmico che impatterebbe il pianeta alla velocità di quarantamila chilometri l’ora. Se Apophis conserverà la sua orbita, lo schianto eclisserà quello che circa sessanta milioni di anni fa determinò l’estinzione dei dinosauri.
Le grandi catastrofi stimolano potenti dispositivi narrativi, ma questi col tempo subiscono un’imprevista erosione interna. I disastri nucleari di Cernobyl e di Fukushima, tra loro separati solo da un quarto di secolo, hanno prodotto ben differenti masse critiche. Fukushima fu all’ordine del giorno per circa tre mesi, ma trascorso appena mezzo anno uscì di fatto dall’agenda setting. Cernobyl, al contrario, scatenò un’attenzione mediatica senza precedenti, che si protrasse negli anni. Il dispositivo narrativo genera assuefazione e addiction perché si basa sui dati, sugli eventi. La referenzialità è pertanto un ostacolo, non un vantaggio.
Ben diversa è la qualità e la forza di penetrazione psicologica della narrativa apocalittica, oggetto di questo libro. L’assenza di referenzialità è in quest’ambito vantaggiosamente compensata dalla ricerca del senso e del fine, in una parola dalla teleologia.
La fine del mondo è stata descritta in una sorprendente varietà di romanzi, film, dipinti, testi teatrali e poemi. Questa proliferazione di opere dedicate alla distruzione del genere umano solleva interrogativi sul godimento che si ricava nel partecipare da spettatori o da lettori alla cancellazione della storia. In effetti, l’attrazione morbosa per la fine di tutte le cose è ammessa tra le patologie psichiche ed è definita, di volta in volta, «reazione di Sansone», «reazione del dottor Stranamore» , «proiezione dell’individuale volontà di morte» o «distruttività estatica» .
Le varie interpretazioni attribuiscono ai creatori, ma soprattutto ai fruitori, alcuni tratti psicologici devianti, che sconfinano facilmente nelle proiezioni patologiche. Se è vero, allora simili patologie dovrebbero disturbare le moltitudini, perché la produzione catastrofista si rivolge al pubblico universale, nello spazio e nel tempo; da qui la non referenzialità di questi dispositivi retorici.
Il web consente di farsi un’idea del fenomeno. Siti che alludono alle apocalissi prossime venture sono centinaia di migliaia. Il lemma «apocalypse», solo su Google, annovera oltre novantacinque milioni di connessioni registrate (quasi tre milioni se è in italiano). L’espressione «the end of the world» capitalizza quasi diciannove milioni di siti, «Armageddon» oltre sessantacinque. Religioni e sette esoteriche di ogni tradizione e origine geografica si contendono il cyberspazio apocalittico, spesso utilizzando abili mix d’immagini e suoni estratti da molteplici situazioni.
Non è raro, per esempio, vedere accostati nei siti web miniature medioevali a fotogrammi di Armageddon, e questi a una ricostruzione virtuale del Big Crunch prodotta dalla NASA. Lugubri brani evocativi, selezionati dal repertorio musicale di tutte le epoche, drammatizzano l’acustica dei siti «premonitori». Un gusto letale ma trasversale, non direttamente correlato ai messaggi dei profeti di sciagura, attraversa e impregna l’intero cyberspazio.
Si segnala poi l’uso improprio della parola «apocalisse», o dei suoi affini, nei titoli di migliaia di articoli, saggi, interviste e reportage, sovente dai contenuti estranei al concetto in esame. Infatti, la locuzione possiede il singolare potere di catturare lo sguardo del lettore, letteralmente «distraendolo» da ogni altra occupazione. Ma quando l’apocalisse è materia della letteratura fantastica, essa talvolta riesce a intercettare i diffusi timori e gli inespressi umori più di quanto non sia consentito ad altri soggetti, e più a fondo.
Il volume scandaglia l’opera di vari autori che nell’arco di quasi due secoli hanno tentato quella scrittura paradossale che è il genere apocalittico. Il periodo temporale in esame coincide con l’affermarsi della modernità quale sistema di vita e di pensiero ed è quindi logico che gli autori presi in considerazione siano quasi tutti scrittori di fantascienza o della protofantascienza. Alcune personalità sono state purtroppo trascurate, non perché meno importanti, ma affinché l’amore per la completezza filologica non ostacolasse il principio che guida questo lavoro, e cioè che la scrittura sulla e della fine del mondo, nell’era moderna e contemporanea, sia la sola interfaccia possibile tra due sistemi tra loro non comunicanti.
L’apocalittica letteraria e cinematografica nel frattempo si è diffusa come un virus, favorita anche dal web; come se il sistema di comunicazione vigente e dominante fosse l’interfaccia privilegiata per scandagliare le inconsce premonizioni collettive. Essa è dunque paragonabile per molti suoi aspetti a un sensibilissimo sismografo, profondamente innestato nei gangli di quel sistema nervoso planetario in costante evoluzione che chiamiamo «umanità».

venerdì 4 marzo 2011

Caro Cyborg, ormai sei solo un ferro vecchio

Il discusso remake di RoboCop per la probabile regia di José Padilha o il terzo della serie di Iron Man, atteso per il 2013 (contro tutti pronostici sull’imminente fine del mondo), non possono impedire la sensazione che il concetto stesso di cyborg sia sul punto di passare a miglior vita. Il cyborg ha fatto il suo tempo, col suo pesante retrogusto novecentesco. Inutile negarlo. Il nome stesso involontariamente richiama alla mente gli impacciati Borg di Star Trek, i replicanti di Philip K. Dick, gli ergoni di Ruggero Vasari o i robot protoplasmatici di Karel Čapek.
Il terzo millennio è degno di ben altro, è pronto ad accogliere qualcosa di nuovo, di meraviglioso di affascinante, di tremendo. Ed ecco profilarsi all’orizzonte il “Technium”.
Che cosa sarà mai il “Technium”? È prima di tutto un neologismo indovinato, certamente destinato a replicarsi come un virus; ma in primo luogo esso è il concetto centrale di Quello che vuole la tecnologia, l’ultimo libro di Kevin Kelly appena uscito per le edizioni Codice anche in italiano. Un libro atteso, poiché il giornalista e scrittore Kevin Kelly, cofondatore di “Wired”, ecologista d’assalto, è nel suo campo una celebrità già dall’uscita di Out of control, ormai un classico nel suo genere, nel quale egli esaminava la deriva quasi incontrollabile imposta dalle tumultuose trasformazioni tecnologiche, discutendo in esso, peraltro, di una nuova e presunta “biologia delle macchine”.
Rispetto ai contenuti di quel libro ormai remoto (eravamo nel 1994, quasi nella preistoria) il concetto di Technium ha un valore aggiunto che travalica le virtù o i limiti delle analisi di Kelly. Il Technium sarebbe l’insieme delle tecnologie visibili e delle organizzazioni intangibili, concepite come organismi in mutua relazione: un complesso che comprende tutti gli artefatti, dalle metropoli ai mezzi di comunicazione, dai contenuti del web ai sistemi giuridici o finanziari.
In altre parole il Technium è la ben nota tecnosfera, dalla quale l’uomo finisce per dipendere non meno che dalla natura. Però – a giudizio di Kelly - tale complesso sistema si trasformerebbe nel tempo, seguendo gli stessi schemi basilari dell’evoluzione biologica e darwiniana.
Da qui l’idea che questo eterogeneo complesso pulsante sia né più né meno che il settimo ordine dei sistemi viventi, pari in dignità ontologica ai batteri, ai protisti, alle piante. In gioco c’è dunque la sopravvivenza dell’intero insieme uomo-tecnologia, perché ogni innovazione reca in sé trasformazioni, ma anche squilibri. “Scopo” del Technium è incrementare la complessità, accelerare l’evoluzione, moltiplicare le esplorazioni e le connessioni, sfruttare ogni possibile forma di energia, sviluppare una non meglio definita “densità del significato” ed espandere lo “spazio delle possibilità”; nozione – quest’ultima – mutuata dal pensiero del biologo molecolare Stuart Kauffman e della quale già ci occupammo su queste pagine.
C’è materia per stupirsi e sgomentarsi. A una prima lettura. Però, a ben vedere, dov’è la novità? La tecnologia come organismo che si evolve è tema assai antico. Ne parlava già Samuel Butler in Erewon, e nel 1871! Senza scomodare i trisavoli morti centodieci anni fa, si sa che la fantascienza è stracolma di questi miti. Arthur C. Clarke, Isaac Asimov e schiere di altri autori si sono cimentati con il medesimo concetto, e si registra perfino un caso in cui, quasi quaranta anni fa, l’opera di pura fantasia abbia effettivamente anticipato in chiave allucinatoria una recente, seria e accreditata teoria scientifica. Si tratta di Hellstrom’s Hive, di Frank Herbert, mentre la teoria scientifica sopra accennata è quella del cosiddetto “superorganismo”, della quale discutono Edward O. Wilson e Bert Hölldobler nell’omonimo libro di prossima uscita per Adelphi. Non dimentichiamo che Wilson, padre della discussa sociobiologia, non è certo uno qualunque, né sembra insensato il salto che egli fa in questo libro passando dall’analisi delle società degli insetti alle comunità umane.
Se non che, anche il concetto di “superorganico” non è esattamente una novità, anzi esso è il titolo del più noto testo del famoso antropologo statunitense Alfred Kroeber, il quale, a sua volta, derivò l’idea da Herbert Spencer. Perciò, quantunque le concezioni di ciascun pensatore siano perfino agli antipodi, nonostante l’identità terminologica, non si può certo urlare di attonita stupefazione di fronte a un’epifania concettuale.
Ma torniamo a Kelly e alla sua domanda che forma il titolo del libro e che spiega il piano dell’opera. Che cosa “vuole”, a suo parere, la tecnologia? Stringendo, si può dire che lo “scopo” dell’hi-tech consista nel moltiplicare all’infinito i giochi della complessità e della vita, il che condurrebbe l’umanità, naturalmente attraverso infiniti tentativi ed errori, sovente dolorosi, verso forme di organizzazione sempre più democratiche e rispettose della natura. Insomma, grattata la pellicola della speculazione, spunta l’utopia, in questo caso una nuova utopia tecnologica, che sostituisce le metafore ormai invecchiate e decadute dell’“Intelligenza collettiva” o della “Macchina memetica”.
“Technium” conquista un invidiabile primato lessicale per il fatto di essere un termine unico e di essere evocativo, ma il suo contenuto non si discosta molto da tutte le metafore che il filosofo statunitense Daniel Dennett riunisce sotto il concetto di “algoritmo evolutivo”, per il quale, una volta data la variazione, l’ereditarietà e la selezione, si genererà una pressione evolutiva in qualunque sistema considerato, fosse anche un sistema totalmente artificiale, o un misto di organico e di artificiale.
Siamo insomma sempre all’interno di un pensiero tautologico, e di una cornice di riferimento che in nome dell’umanitarismo colloca alla periferia dei sistemi la persona umana. E invece ogni applicazione tecnologica pone evidenti problemi d’identità etica e politica. Da dove scaturisce questa o quella nuova invenzione? A che scopo obbedisce? Come e fino a che punto trasforma le relazioni, la psicologia, l’affettività degli esseri umani? Quanta parte di queste trasformazioni è imposta, pertanto orientata a uno scopo, e quanta invece sarà imprevista? Quali nuovi desideri, credenze, aspirazioni e sogni apporta un nuovo paradigma tecnologico?
Da un diverso punto di vista sullo sfondo dell’intelligente e spesso affascinate pubblicistica dedicata all’hi-tech c’è sempre il soggetto mai esplicitamente tematizzato del suo pubblico. Infatti, prima ancora di produrre contenuti, lo scrittore deve tener conto delle attese e delle sensibilità collettive. Ed ecco che il suo primo passo consisterà nella costruzione di un linguaggio convenzionale, che formi una cornice di riferimento. I Termini e i concetti di “mente collettiva”, “superorganismo”, “macchina memetica” e ora il nuovo e stupefacente “Technium” obbediscono alla necessità di incoraggiare forme d’integrazione e di accettazione.
Da parte sua, il pubblico desidera che lo scrittore crei una sorta di struttura normativa che sciolga i dubbi, le tensioni e le preoccupazioni legate all’ambiente instabile in cui viviamo. Il pubblico chiede insomma che questi elementi in tensione siano ricondotti entro schemi comprensibili; che lo sgomento, l’apprensione, perfino il terrore per gli effetti cumulativi delle tecnologie, siano sostituiti da rassicuranti regolarità, sia pure derivanti da forze “esterne” all’uomo.
Ma se esaminiamo le stesse questioni in termini meno astratti, è lecito notare che all’origine dei più profondi comportamenti umani, individuali e collettivi, non troviamo le tecnologie, ma la psicologia. Semmai le tecnologie (per esempio le tecnologie di comunicazione, cioè il “sistema nervoso” del mondo) incidono profondamente sulle dimensioni e sulla persistenza delle risposte psicologiche, individuali e collettive, come mostra il recente effetto valanga delle rivoluzioni a catena.

Pubblicato il 4 marzo 2011

lunedì 10 gennaio 2011

Se tu non sei un gadget: reti e persone nell'ultimo esplosivo libro di Jaron Lanier

Il bello del recente volume di Jaron Lanier Tu non sei un gadget è che esso si apre con una domanda insolita, almeno in un libro interamente dedicato all’informatica, alle realtà virtuali e al web. La domanda è: che cos’è una persona? Infatti, se è vero che le tecnologie modificano il senso del luogo, del tempo e dell’arte, allora esse condizioneranno anche le relazioni umane, quindi ne risentirà la definizione stessa di “persona”.
Da questa premessa i tre primi e densi capitoli, dedicati alle “Persone scomparse”, all’”Apocalissi della rinuncia al sé” e ai pericoli della “noosfera”, temine, quest’ultimo, coniato com’è noto dal filosofo Pierre Teihard de Chardin ma che oggi è diventato impropriamente sinonimo del concetto di “intelligenza collettiva”.
Se l’attacco al tipo di cultura emergente provenisse da un intellettuale retrò, dal classico nostalgico nemico dichiarato delle tecnologie, nessuno si stupirebbe. Lo scandalo sta invece nel fatto Jaron Lanier è un riconosciuto genio dell’informatica, tra l’altro inventore della realtà virtuale, appassionato esploratore di territori borderline che connettono la computer science con la psicologia cognitiva, le neuroscienze, la medicina e perfino la musica. Lanier era ed è uno dei nodi fondamentali nella storia dell’hi-tech digitale. Per questo il suo libro ha provocato un terremoto di settimo grado nel panorama della cultura internettiana.
Già, perché tra le altre cose Tu non sei un gadget (Mondadori, 268 pagine, 17,50 euro), il cui sottotitolo recita “perché dobbiamo evitare che la cultura digitale si impadronisca delle nostre vite”, analizza gli immensi danni prodotti dal “collettivismo” informatizzato, accusato di celare dietro un nuovo genere di messianesimo tecnologico i peggiori danni alla creatività, alla cultura, alla civiltà.
Superfluo ricordare che Lanier è stato subito accusato di tradimento da larga parte del popolo del web che si identifica con la “cloud”, cioè con la nuvola puntiforme di anonimi individui connessi che penserebbe e agirebbe più velocemente e meglio di qualsiasi individuo: la fantomatica “mente-alveare”.
Il cloud computing d’inizio millennio sembra dominato dall’ideologia collettivistica che si incarna nella cultura open o free. Il dominio di questa ideologia provocherà molto presto un collasso sistemico di proporzioni gigantesche. Gli argomenti di Lanier sono stringenti, ma in queste brevi note possono essere solo accennati. Per esempio, è un errore confondere la libertà di espressione con l’assenza di transazioni nello scambio d’informazioni. Immaginiamo cosa accadrebbe se si applicasse la stessa metodologia al denaro o alle merci. Alla fine si approderebbe alla stagnazione, ed è ciò che sta accadendo grazie al file sharing. Lo scambio gratuito di film, video o musica attinge all’enorme serbatoio di quanto è stato realizzato nel passato ad alto livello, ma del pari scoraggia le intraprese di livello altrettanto elevato.
Il risultato paradossale è l’emersione di una sottocultura planetaria che, pur dichiarandosi rivoluzionaria, nei fatti è ferocemente conservatrice. Gli indizi sono molti: nonostante i progressi tecnologici, il mondo giovanile sembra intrappolato nella cornice intellettuale degli anni Settanta. I cambiamenti epocali nelle forme di comunicazione non ispirano più (come è accaduto nelle rivoluzioni sistemiche del passato) altrettanto pensiero ed arte straordinari. Al contrario, l’apatia e la ripetizione regnano sovrane e il mondo intero sembra sul punto di soccombere al torpore della bella addormentata nel bosco.
Le critiche serrate al collettivismo e al totalitarismo tecnologico vanno dunque crescendo, e non alla periferia del sistema, ma dal suo stesso cuore. Ritroviamo le considerazioni di Lanier in Il lato oscuro della rete di Nicholas Carr, che però in The Shallows. What the Internet Is Doing to Our Brains, il suo ultimo libro, da poco uscito negli Usa, rincara la dose esaminando la letteratura scientifica che riguarda gli effetti subliminali della cultura digitale, sulla scia degli studi che hanno verificato gli effetti della televisione, della stampa e della scrittura. E gli effetti appaiono devastanti; per esempio quelli derivanti dall’erosione della memoria di lungo periodo, la memoria profonda, che consente di produrre catene di ragionamenti complessi. Critiche affini provengono da B.J. Fogg, psicologo cognitivo che studia le strategie di persuasione occulta favorite dal web.
Sorge spontaneo paragonare lo stile interventista anglo-americano a quello “continentale”. Anche in Europa si è discusso il collettivismo internettiano, basti ricordare Il culto di Internet. L’interconnessione globale e la fine del legame sociale, di Philippe Breton, oppure non la criptica trilogia Sfere, di Peter Sloterdijk. Benché statunitense, anche David F. Noble, autore del ben noto The Religion of Technology, risente di questa impostazione puramente critica. Però tali importanti intraprese restano pur sempre alla periferia dell’apparato che analizzano, perché interamente concepite nella cornice di pensiero della stampa. I tecnologi, più prammatici, mirano invece al cuore del sistema. Da qui la tendenza di Lanier ad analizzare ma poi a proporre correttivi concreti, pratici.
Prendiamo ciò che egli chiama il “riduzionismo dei sistemi informativi”. Tutti i sistemi informativi hanno bisogno di dati per funzionare. Un esempio è l’anagrafe, senza cui non può esistere alcuna moderna burocrazia. Però, nella vita reale nessuno pretende di ridurre una persona all’insieme dei suoi dati. Ma è invece esattamente quello che accade in Facebook, MySpace oTwitter, dove la persona astratta oscura quella reale. Per una sorta di “effetto imbuto” gli utenti dei social network sono costretti a gestire senza sosta la loro reputazione online, in una corsa a ostacoli dove peraltro sono premiate l’insincerità, la scaltrezza, l’opportunismo o il carrierismo. E allora? Allora tutto sta a ripensare il software che consente ai Social Network di favorire i peggiori comportamenti, come ad esempio il terribile fenomeno del “troll”, termine con cui si indica chi, protetto dall’anonimato, lancia insulti e provocazioni in un ambiente online. Esso è figlio dell’ideologia della violazione, secondo la quale tutto può essere profanato, denudato, vilipeso, svelato. Il fenomeno ha conquistato la cronaca per i numerosi casi di suicidio indotti da tali aggressioni collettive e anonime. Eppure, secondo Lanier, essi possono essere rettificati, intervenendo proprio sul design dei software. E qui vengono al pettine i nodi: tutto dipende dalle scelte politiche.
In realtà Lanier non è un isolato. È in azione un preciso ambiente culturale di altissimo profilo. Ad esempio le sue idee sulle possibili (e davvero sorprendenti) innovazioni positive nel settore della finanza e del commercio internettiani si avvalgono dei contributi di personalità che stanno fondando un nuovo paradigma. Tra queste il biochimico Stuart Kauffman, l’astrofisico Lee Smolin, il matematico ed economista Eric R. Weinstein. Un intero ambiente culturale si aggrega per sollevare questioni cruciali e proporre risposte innovative.
Le sconcertanti qualità delle realtà virtuali e del web, ripensate su altre basi, squadernano infatti possibilità espressive a dir poco sbalorditive. Ritroviamo in queste pagine il Lanier di venti anni fa, che esponeva le sue idee pionieristiche sulla comunicazione post-simbolica: informazione che supera i vincoli dei simboli. Il che, dal punto di vista di un tecnologo, significa trascendere i limiti dei linguaggi di programmazione vigenti. In breve, realtà virtuale e comunicazione post-simbolica in assenza di protocolli. Ma si badi, la chiave di volta che regge l’intero progetto è proprio il termine “comunicazione”. Un approccio umanistico dichiarato, che si avvale della tecnologia e la fonda, ma per rafforzare i legami positivi tra le persone. Qualcosa che il totalitarismo cibernetico non potrà mai capire.

domenica 29 agosto 2010

La sacralità? Secondo Stuart Kauffman è l'altro volto della scienza

Un titolo eccentrico per un libro ancor più strano, ma vale la pena suggerirlo quale lettura estiva di qualche impegno. Si tratta di Reinventing the sacred. A New View of Science, Reason, and Religion, di Stuart Alan Kauffman, e nella versione italiana a cura di Mario Rasetti, da poco uscita per Codice edizioni, Reinventare il sacro. Una nuova visione della scienza, della ragione e della religione. Però, per chi ne avesse voglia e tempo, il consiglio è di leggerlo nell’edizione originale, da pochissimo anche in paperback (320 pag., 16,95 $). Infatti, non sempre s’incontra uno scienziato di fama mondiale che sappia anche esibire una scrittura corposa, esuberante, in una parola “complessa” quanto è giusto aspettarsi da uno dei riconosciuti maestri della complessità. Perché questo è Stuart Kauffman, fondatore e direttore dell’Institute for Biocomplexity and Informatics, già professore emerito di biochimica all’Università di Pennsylvania, poi al Santa Fe Institute e attualmente alla Tampere University of Technology, in Finlandia.

Tra i maggiori studiosi dell’origine della vita, Kauffman è autore di volumi celebri, come A casa nell’universo ed Esplorazioni evolutive. Però, questa sua recente fatica si discosta dalle precedenti, perché in essa vengono al pettine nodi basilari del nostro presente. Sono temi urgenti, se non drammatici. L’umanità ha un futuro? Oppure la sua stessa intelligenza tecnologica terminerà con l’autoestinzione? Per quale motivo è necessario ripensare la vita associativa muovendo da un fatto apparentemente così poco scientifico qual è il sacro? E che s’intende, oggi, per “sacralità”?

Sono domande che fanno tremare i polsi. Intanto, reinventare il sacro è una petizione in sé contraddittoria, apparentemente sacrilega. Se Dio esiste e se il mondo è espressione delle sue leggi, allora il sacro non è oggetto di invenzione. Ma questa contraddizione si diluisce alla luce della storia recente.

Religioni e credi producono sovente concezioni conflittuali; ma un tempo esse erano separate da confini politici, geografici, storici e culturali. Oggi, invece, subiscono un reciproco collasso a causa del processo irreversibile della globalizzazione. Anche le due culture per antonomasia, la scienza e la fede, non possono più permettersi di agire come i blocchi nella Guerra Fredda, l’uno antitetico all’altro, in reciproca, diffidente, inutile guerra di posizione.

Se questo stato di cose perdurerà, il collasso sistemico non potrà essere evitato. Da insigne biologo, Kauffman ricorda che il processo della vita è caratterizzato dall’autoestinzione tanto quanto dall’evoluzione. Non siamo quindi al riparo in virtù di qualche oscuro privilegio. I mille quotidiani eventi catastrofici su vasta scala, causati dall’atteggiamento predatorio di aggregati economici e politici, sono solo i campanelli d’allarme di un cataclisma di proporzioni inimmaginabili. Un segnale potrebbe essere la crescente fortuna di quel dubbio imaginario catastrofista che cattura l’inconscio collettivo.

Bisogna dunque ripartire da nuove basi. Come? Per Kauffman nozione centrale è la sacralità della vita. Ma cosa è la “vita”? Dal punto di vista della scienza più avanzata tutti gli esseri viventi sono accomunati dal fatto di essere “entità autocatalitiche”. La nozione deriva dall’autopoiesi di Humberto Maturana e Francisco Varela, ma se Kauffman è filosofo, egli è anche sommo scienziato. Il suo maggiore contributo alla biologia consiste proprio nell’avere dimostrato una proprietà basilare degli esseri viventi: la vita si costituisce seguendo procedimenti non algoritmici, vale a dire imprevedibili e, soprattutto, aperti. La varietà sbalorditiva delle forme viventi sul nostro pianeta non è che l’infinitesima porzione delle potenzialità evolutive. Nessuna di esse può essere iscritta in un ipotetico registro delle forme platoniche.

Il secondo basilare principio è la coevoluzione. Non esistono entità o sistemi isolati. Al contrario, tutte le trasformazioni si giocano sul terreno della reciproca interazione. Terzo e ancor più potente concetto: gli enti e gli eventi che si manifestano a una determinata scala dell’universo sono retti da statuti autonomi, non in contrasto con le leggi fisiche, ma non per questo riducibili alle leggi fisiche. Ciò significa rigettare il riduzionismo e abbracciare il pensiero “olistico”. Con la differenza, rispetto a noti divulgatori stile new age alla Fritjof Capra, che le fondamenta scientifiche di Kauffman sono solidissime e oramai incontrovertibili.

In altre parole l’organizzazione molecolare, la nascita della vita, l’emersione degli agenti autonomi, la biosfera e poi ancora l’uomo, con tutta la sua storia che ha prodotto significati, valori, culture e strutture economiche, non sono entità riducibili a essenze più semplici che le compongono, ma sono invece “organismi”, dotati di coerenza interna.

Tutto quest’apparato di vertiginosi concetti sembra lontano dall’urgenza della rifondazione della sacralità, ma non è così. Lo dimostra lo splendido capitolo sul cammino della moralità. Anch’essa – dice Kauffman - si evolve col trascorrere della storia, per mezzo dell’emersione di risoluzioni innovative e imprevedibili, che seguono una legge matematica definita “global Pareto optimality”, ossia l’“efficienza globale paretiana”.

Alla remota radice vi sono gli studi sulla distribuzione del reddito del celebre economista Vilfredo Pareto. Ma è del tutto inedito il fatto che queste analisi matematiche possano essere applicabili anche alla questione della stima dei diversi valori morali, in uno spazio concreto delle scelte etiche. Dunque, i valori si evolvono non meno delle civiltà; il che, peraltro, significa che l’evoluzionismo in senso stretto non è nemico della morale, ma al contrario una delle sue basi.

Anche muovendo da impostazioni scientifiche molto diverse, si nota una sorprendente convergenza. Per esempio l’antropologo Joseph A. Bulbulia, docente alla Victoria University of Wellington, in Nuova Zelanda, e uno tra i massimi studiosi dell’evoluzione delle religioni, sostiene che la religiosità obbedisce a un preciso disegno adattivo. Le cognizioni religiose (e il senso del sacro) anche prescindendo dalle specifiche idee, sarebbero funzionali alla sopravvivenza delle collettività. Se si esaminano i vari sistemi religiosi ricorrendo agli strumenti matematici della teoria dei giochi si scopre che essi, sorprendentemente, hanno sempre un alto valore adattivo. Le dottrine morali sono dunque intrinsecamente connesse alla sopravvivenza delle collettività, anche se si adotta una cornice di riferimento neoevoluzionista!

Nel mondo attuale, però, questa considerazione si traduce in un caso estremo e globalizzato del cosiddetto “dilemma del prigioniero”. Kauffman avverte che il collasso e la con-fusione delle varie civiltà che va sotto il nome di “globalizzazione” non è sinonimo di civiltà globale. Che cosa manca per crearla?

Ci manca un’etica globale. Del resto anche in Italia il teologo Vito Mancuso, attento alle voci che provengono dal mondo della scienza, avverte che esiste un profondo bisogno del ritorno alla dimensione sacrale della politica, all’interno di una cornice di riferimento che preveda la negoziazione di tutte le istanze.

Ma ad aprire la breccia in realtà è stata la letteratura fantastica, e più di un secolo fa. Che l’umanità debba trovare una sintesi di tutte le sue ragioni etiche e culturali è apparso chiaro fin dai primi passi di quel processo irreversibile definito “globalizzazione”. Le differenze, pur necessarie, di lingue, costumi, tradizioni, dovranno un giorno trovare una sintesi superiore. Vari furono gli espedienti narrativi per giustificarla. Herbert George Wells, nel romanzo In the Days of the Comet (1906), immaginò un cataclisma planetario da cui sarebbe derivato il prodigioso dono di un misterioso gas, capace di agire su tutti i viventi, orientandoli verso il bene comune: «Il grande risveglio derivò direttamente dalla trasformazione – scriveva Wells – l’ultimo, il più profondo, il più esteso, il più durevole di tutte le grandi ondate di sentimento religioso e al quale si dà questo nome». Notevole anticipazione dei concetti di Kauffman è proprio questo connubio tra una superiore moralità e la nuova percezione della sacralità della vita.

Dal canto suo Isaac Asimov ipotizzò l’unità politica, economica e morale del pianeta per mezzo di una futuribile ingegneria fisica e sociale. Poi, nella saga di Star Trek l’unità della Terra, inserita in una confederazione planetaria, si fondò su un sottinteso concetto di reciproca accettazione delle differenze, a sua volta base del superamento della lotta per la sopravvivenza. Per ottenere questa necessaria rivoluzione senza alcun spargimento di sangue bisogna allora mettersi in ascolto - dice Kauffman – occorre rifondare l’Eden, e serve riscoprire il senso della reverenza che pone il miracolo della vita. È lo steso messaggio contenuto in Avatar; peccato che sia stato sciupato in un deludente film.

domenica 18 luglio 2010

La fantascienza vince la sfida dell'egemonia - compie un anno la rivista IF

Compie in questi giorni un anno esatto la rivista “IF”, trimestrale dell’insolito e del fantastico pubblicato dal Gruppo Editoriale Tabula Fati. È un traguardo ragguardevole, se si considera che in Italia non esisteva un periodico di alto profilo interamente dedicato a quel fatale e affascinante cosmo del racconto straordinario che fatica a essere incapsulato in un genere. Chi possiede un minimo di memoria storica ricorderà che questo lussureggiante territorio della creatività nel nostro paese è stato per decenni proditoriamente circondato dal deserto. Era anche questo l’effetto della vecchia egemonia. La critica che occupava i piani alti della stampa quotidiana e settimanale, tollerava poco e male la fantascienza e il fantastico in generale. Perciò la comunicazione viaggiava soprattutto nell’underground, affidata a pubblicazioni quasi sempre effimere: un vuoto che si avvertiva, perché contraddiceva la straordinaria attenzione dei lettori a una forma di espressione considerata figlia di un dio minore.
Eppure il Fantastico otteneva e ottiene ampi consensi. I numeri parlano chiaro: l’Italia vanta da tempo un fiorente mercato editoriale, che offre novità, ristampe, inediti, nonché un parterre di tutto rispetto di talenti autoctoni. Questo complesso universo è peraltro particolarmente ricettivo, non teme contaminazioni e accetta con invidiabile apertura contributi provenienti da paesi culturalmente distanti dal ‘primario’ statunitense, intorno al quale il vasto pubblico ha orbitato per decenni.
Però, è anche noto che la cultura accademica registra in ritardo ciò che altrove è dato per scontato. Se si escludono i lavori di alcuni pionieristici studiosi, per il resto sul fantastico si stendeva fino a non molto tempo fa l’ombra del sospetto. Si scambiava l’evasione per l’evasività, o al più si accettava di buon grado la versione sociologica della fantascienza, generosamente sostenuta da Carlo Fruttero e Franco Lucentini all’epoca della loro venticinquennale direzione della collana “Urania” della Mondadori, perché in linea con il freudiano Principio di Realtà che informava l’élite culturale dell’epoca.
Ma niente nasce dal niente. Così anche “IF”, la quale emerge da antiche passioni e da consolidate attività. Nell’editoriale al primo numero il direttore Carlo Bordoni, noto sociologo della letteratura, scrittore e critico, nonché per vari anni direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, dichiarava senza indugi che “IF” si richiama alla tradizione del pulp magazine statunitense dei primi anni ’50 “if Worlds of Science Fiction” (e non si dimentichi che la prima “if” si fuse con la mitica “Galaxy”). Lo stesso Bordoni esordì poi nell’edizione italiana, pubblicata da la Tribuna di Piacenza, nel lontanissimo 1964. Può non dir nulla ai profani, ma gli appassionati sanno bene che intorno a La Tribuna si formò un agguerrito manipolo di studiosi, e che la stessa casa editrice, nella collana La Bussola, pubblicò quasi sempre in anteprima le traduzioni di capolavori di Ray Bradbury, Jack Vance, Muriel Box, Pat Frank, Raymond F. Jones, Chaterine L. Moore, Philip K. Dick o Theodor Sturgeon, solo per citarne alcuni. Per non dire delle copertine d’autore di Herbert H. Pagani – compianto artista e noto anche come cantautore - o di Ernesto Tealdi, entrate nell’empireo della grafica autoriale non meno delle celebri illustrazioni di Karel Thole per “Urania”: un’eredità di stile che si nota benissimo nell’impostazione grafica della novella “IF”.
Tali radici spiegano peraltro la presenza tra i collaboratori di Romolo Runcini, decano e massimo esperto italiano di letteratura del Fantastico. Dunque, “IF” fa ‘rete’ - come si dice oggi - a cominciare dall’editore Marco Solfanelli, già tra gli artefici nei primi anni ’80 del Premio Tolkien e da sempre appassionato sostenitore di autori borderline, come dimostra il suo ricco catalogo. E ora che di numeri ne sono usciti ben quattro è già possibile tirare un bilancio.
Centoventotto pagine per ogni numero, dalla grafica sobria ma raffinata, curata da Piero Orsi, “IF” si presenta coma una sorta di “MicroMega” degli studi sulla narrativa oltreconfine, laddove per confine si intende quello del senso comune, della cronaca e dell’ordinario.
Il campo d’azione privilegiato dagli autori di “IF” (equamente distribuiti fra i saggisti di varia formazione e provenienza, tutti però molto competenti, e i narratori, quasi sempre di provata esperienza) è invece per l’appunto lo straordinario, l’insolito, l’eccezionale; in una parola il Fantastico, così come lo intende Tzvetan Todorov nelle sue seminali ricerche, da Teorie del simbolo a La letteratura fantastica (1970), dove peraltro, come si sa, il grande studioso afferma che il senso del fantastico nasce dall’esitazione del lettore di fronte a un testo che non è né ‘poetico’ né ‘allegorico’, perché esso è piuttosto «… un genere sempre evanescente », caratterizzato appunto dall’indecisione cosciente: in sintesi, uno specchio nero del presente.
Questa esplicita impostazione ha permesso di organizzare ogni numero di “IF” seguendo un nodo tematico, senza però tradire lo spirito di interdisciplinarietà e per così dire di con-fusione che deriva dall’immersione nella surrealtà. Per ora sono usciti i numeri monografici su Robot & Androidi, Oltretomba, Ucronia, Giallo & Noir e si attende il prossimo sui Vampiri e C., nonché il successivo, dedicato agli ‘Altrimondi’.
Più di tutto, però, intriga l’esplicita apertura all’universo della possibilità incondizionata, e proprio questo tratto pone “IF” senza dubbio all’avanguardia in Italia, ma anche in sintonia con quanto di meglio si va elaborando nella cultura (anche scientifica) internazionale in questo primo assaggio di millennio, e sul quale torneremo in altra sede.
Lo asserisce tra gli altri il noto scrittore e critico Gianfranco de Turris nell’eccellente saggio intitolato Ucronia o del revisionismo assoluto, che apre il terzo numero dedicato per l’appunto all’ “ucronia”, termine com’è noto coniato dal filosofo francese Charles Renouvier per indicare un tempo che non esiste ma che ciò nonostante potrebbe esistere, o la cui esistenza ipotetica potrebbe essere collocata in un punto del passato dove si dischiudono vie alternative, cioè dimensioni parallele. In altre parole infiniti piani di esistenza. È un pensiero che dà le vertigini, un concetto alla Fredrick Brown di Assurdo universo, per citare un classico; ma è anche un’impostazione che – scrive de Turris - implica «… la re-interpretazione della storia passata in base non solo a nuove acquisizioni (documenti, testimonianze), ma a nuove prospettive e punti di vista in precedenza messi al bando», dunque, lanciando a briglia sciolta modi di pensare o di immaginare il tempo storico che contribuiscano a mutare «… la mentalità della gente nei confronti del Fatto Compiuto, che assuma la forma di un atteggiamento psicologico diffuso contro l’immutabilità granitica del Reale passato, presente e futuribile».
Ce n’è abbastanza per comporre i punti di un manifesto programmatico, poiché il pregio del Fantastico è tutto nell’induzione all’apertura, all’alternativa, ai mille milioni di futuri possibili. Viviamo in un universo ‘non ergodico’, dicono gli scienziati più avanzati del nostro tempo, vale a dire in un universo delle innumerevoli possibilità. Bisogna solo avere il coraggio di esplorarle. Ben venga quindi una rivista che promuove questo tipo di atteggiamento mentale.
(pubblicato su "Il Secolo d'Italia" - 17 luglio 2010)

venerdì 4 giugno 2010


Chi governa il web? Nessuno! Il web si autoregola e si autogoverna. Così si esprimevano i guru della imminente rivoluzione comunicazionale agli esordi della rete. Questa patente assurdità, costantemente smentita dai fatti, circolava a quei tempi quasi fosse il verbo rivelato, e circola ancora; anzi, essa viene riproposta da autorevoli leader politici come un dogma che non ammette obiezioni.
Per questo fa discutere la sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato tre dirigenti di Mountain View, California, per aver consentito la pubblicazione su YouTube, sia pure per poche ore, di un video che riprendeva un minore disabile picchiato e insultato da altri ragazzi. La protesta di Google , proprietaria di YouTube, non si è fatta attendere. E fin qui nulla di strano, perché le fortune della più potente e facoltosa azienda del mondo virtuale sono strettamente vincolate alle regole della finanza.
Il teorema è semplice: se l’informazione è denaro, e se è vero che la libera circolazione del capitale finanziario garantisce l’espansione economica, allora anche l’informazione deve assolutamente circolare - costi quel che costi - quanto più liberamente possibile. L’ideale sarebbe anzi che essa circolasse senza limitazione alcuna, indipendentemente dai contenuti. In questa logica ogni ostacolo al vitale flusso sanguigno dell’informazione-denaro deve essere considerato come un pericoloso angioma, da rimuoversi tempestivamente con una angioplastica, se non addirittura ricorrendo al bisturi.
Però c’è un problema. Anzi due. In primo luogo i contenuti. A differenza del denaro, essi non sono mai neutri. Se è vero, seguendo l’apoftegma attribuito a Vespasiano, che pecunia non olet, che insomma il denaro non puzza, non altrettanto si può dire di qualunque contenuto diffuso nel web, e meno che mai di quello che ha motivato la sentenza dei giudici torinesi e che ha scatenato un maelstrom internettiano di portata planetaria.
Inoltre, si può all’infinito discutere sulla liceità dei metodi e degli obiettivi di un’azienda, ma se a difendere quell’azienda, o meglio quel modello aziendale, scendono in campo autorevoli rappresentanti del mondo politico che appartengono alla stessa nazione in cui ha sede il centro gravitazionale di quell’azienda, e se si invocano in questa difesa nientemeno che i diritti inviolabili della democrazia, allora lo scenario cambia completamente. La nota ufficiale dell’ambasciata americana di Roma che risponde alla decisione dei giudici torinesi invocando «il principio fondamentale della libertà di internet, vitale per le democrazie» trasforma immediatamente un episodio dalle banali connotazioni penali – l’aver sanzionato i responsabili legali della diffusione mediatica di un gesto disgustoso – in un problema politico di interesse generale, anzi globale.
E qui la prima contraddizione: come può uno stato sovrano pretendere di legiferare su una materia così delicata in nome e per conto di tutti gli altri stati sovrani? Una così netta presa di posizione è democratica o autocratica? E poi, che si intende per “democrazia”? In nome della democrazia tutto dovrebbe essere consentito? In nome della democrazia nessun giudice o legge dovrebbe metter mano a quanto circola in rete?
Il paradosso si ingigantisce se a essere chiamate in causa sono le istituzioni di stati altrettanto democratici del grande moralizzatore statunitense. Con la Cina, ad esempio, è facile adottare due pesi e due misure: da un lato le parole di condanna alla censura cinese espresse da Hilary Clinton, dall’altra l’accettazione di regole stringenti da parte di Google e degli altri motori di ricerca statunitensi, disposti a tutto pur di conquistare il più vasto mercato virtuale oggi esistente. Ma nel caso dei paesi democratici i due pesi e le due misure non funzionano. Ed ecco la necessità di invocare princîpi così generali e astratti da generare l’assurda convinzione che i giudici torinesi siano stati artefici di un vero e proprio ostracismo, una espulsione dal contenuto eminentemente politico.
Però i giudici si sono in realtà limitati a ostracizzare semplicemente un determinato contenuto offensivo e rivoltante, se non addirittura moralmente pericoloso. Grandi aziende come Google possono tranquillamente sopportare l’espulsione o l’omissione di qualche frammento di informazione, e di fatto accettano ben volentieri questa logica, se per l’appunto imposta da immensi mercati potenziali come quello cinese. Ma se la sanzione coinvolge direttamente i quadri dirigenti dell’azienda, ecco che si apre la vexata quaestio della lesa democraticità dei contenuti.
In conclusione, il web abbatte la sottile ma importante barriera che corre tra l’immaginazione e l’azione. Questo lo sanno tutti. Perciò, tra il dire e il fare l’imprendibile universo virtuale non solo non mette di mezzo il mare, ma non frappone neanche un capello. E così ci si trova a dover fare i conti con un dilemma insolubile: garantire la libera espressione di tutti e consentire la libera espressione a tutto. Si passa insomma da un diritto astratto, riconosciuto erga omnes in base ai suoi statuti morali, a una licenza sovrana elargibile ad personam, della quale, però, tutti gli emissari, senza distinzione, sono in teoria i liberi possessori. Non c’è da invidiare il povero legislatore alle prese con una materia così sfuggente.

domenica 21 marzo 2010

Il "mito dell'economia" secondo Serge Latouche

Preso alla lettera, il messaggio dell’economista e filosofo francese Serge Latouche assume un insolito sapore escatologico, un annuncio della fine dei tempi che talvolta sfiora i toni della predicazione millenarista. Perché nel volume L’invenzione dell’economia, da poco nelle librerie per Bollati Boringhieri nell’ottima traduzione di Fabrizio Grillenzoni, abbondano frasi apocalittiche come le seguenti: “Questo totalitarismo dell’economia è destinato a portare, nel tempo, alla morte dell’economia, e forse dell’umanità stessa. L’assurdità di una vita di cui l’economia è insieme il mezzo e il fine si smaschera, e con ciò si smaschera il vuoto fondamentale della vita. Tanto vale suicidarsi e farla finita subito”. Davvero sinistro. Oppure si legge: “Il sole della modernità e dell’economia ha raggiunto il suo occidente, cioè il luogo del suo tramonto”. Annuncio quasi spengleriano. Ma ancora: “La monetizzazione di tutto e di ogni cosa alla quale oggi assistiamo provoca il collasso delle significazioni”. Enigmatico.
D’altronde, Latouche è celebre per le sue tesi anticonformiste, enunciate ad esempio in Come sopravvivere allo sviluppo (2005), in La Megamacchina (1995) o nel Breve trattato sulla decrescita serena (2008); ma in L’invenzione dell’economia, se si escludono le provocazioni appena citate, inutilmente si cercherà la moneta catastrofista oggi così facilmente spendibile nel l’era della crisi economica planetaria. Nella prefazione all’edizione francese, apparsa nel 2005, Latouche ricorda che la genesi di questo libro affonda in tempi remoti e non sospetti, quando il mito dominante era quello dell’espansione illimitata.
All’epoca fiorivano interpretazioni dell’agire economico che promettevano vertiginosi, inarrestabili incrementi progressivi. Grandi personalità della scienza, come il biofisico Stuart Kauffman, ragionavano intorno ai “possibili adiacenti”, che in economia si sarebbero tradotti in sempre maggiori livelli di complessità, quindi di ricchezza. Anche il massmediologo Derrick de Kerckhove, allievo e prosecutore di Marshall McLuhan, illustrava grafici che connettevano la crescente velocità dell’informazione all’accelerazione economica e finanziaria, prospettando mirabolanti futuri contingenti. E in definitiva l’infelice teorema di Francis Fukuyama, la cosiddetta “fine della storia”, si reggeva sulla prospettiva dell’espansione senza limiti del mercato planetario.
Oggi, invece, anche i sostenitori dello sviluppo illimitato confessano alcune incertezze, e l’industria editoriale vi si adegua. Così, per esempio, l’edizione italiana dell’ultimo libro di Niall Ferguson (accanito sostenitore del modello evoluzionistico in economia) si intitola Ascesa e declino del denaro, mentre lo stesso testo nell’edizione originale si presentava senza incertezze con un trionfalistico The Ascent of Money.
Ma perché considerare l’economia una “invenzione”? Il libero scambio, la moneta, il prestito a interesse e il concetto stesso di merce sarebbero dunque paragonabili alle scoperte e applicazioni della macchina a vapore o dell’elettricità? È possibile ripensare la storia in assenza di sistemi produttivi e finanziari? È concepibile l’homo senza l’aggettivo oeconomicus? Se l’economia è davvero un’invenzione maledetta, generatrice di ossessioni utilitaristiche senza fondo e senza scopo, è corretto auspicare una società priva delle leggi economiche oggi conosciute e accettate? Non si sfiora forse il sogno degli anarchici? Soprattutto, è realistico pensare a un mondo privo del denaro, eppure sovrabbondante di beni e di servizi?
I poeti, i letterati, ci hanno provato. Ezra Pound, nei suoi scritti economici, denunciò l’allucinazione, la mania e l’idea fissa del mercato, come si sa. Lo scrittore di fantascienza Herbert George Wells, in Uomini come Dèi, descrisse dal canto suo la civiltà senza denaro e senza merci degli utopiani, gli abitanti di una immaginaria dimensione parallela. Da queste radici migliaia di emuli.
Latouche apparentemente non si spinge così lontano, o per meglio dire non si dichiara. Certo è che in L’invenzione dell’economia troviamo una rigorosa analisi storico-critica che muove da lontano: dall’Aristotele dell’Etica nicomachea fino alle sorprendenti radici agostiniane e gianseniste del capitalismo, passando per l’invenzione lessicale del termine “economia”, per la fondazione dell’ideologia lavorista, per la costruzione di una “fisica sociale”, per la inevitabile distruzione del concetto di communitas per la pressione inesorabile del capitale finaziario. L’ascendenza metafisica – studiata con acume in oltre i due terzi di questo arduo testo - certamente sgomenta, ma a ragione consente di parlare di una vera e propria “religione dell’economia”, e della sua specifica “dogmatica”.
La pietra di paragone non poteva che essere l’opera di Adam Smith: forse il capitolo più impegnativo del libro. Con la mediazione e critica del pensiero di Depuy, Latouche riesamina il movente fondamentale, l’impulso primario – se si vuole – che si cela dietro ogni accumulazione capitalistica. Era rovello dell’autore della Smith della Ricchezza delle nazioni, e lo è ancor oggi per ogni economista. Ed ecco sorgere, del tutto inatteso, il confronto con René Girard, il grande antropologo e filosofo, teorico del capro espiatorio, del meccanismo persecutorio e della rivalità mimetica. Al fondo del processo economico potrebbe infatti celarsi il desiderio di approvazione degli altri, mutuato dal possesso e dall’ostentazione: forma trasversale e a-culturale di narcisismo collettivo, che si risolve nella fondazione di un autentico mito. Il mito economico, per l’appunto.
Se non che, come è noto, in Girard la rottura dell’indifferenziazione originaria si traduce nell’esercizio generale della violenza mimetica, e infine nella designazione della vittima sacrificale, del capro espiatorio. Apparentemente il mito economico volgerebbe lo stato di violenza latente in ogni organizzazione sociale nella pace necessaria al commercio. Ma a ben vedere il capro espiatorio è sempre lì: nella natura violentata e dominata, nelle masse espropriate e sfruttate, nelle frequenti crisi economiche e finanziarie, nelle guerre, o dietro l’alibi dell’uguaglianza giuridica e mercantile.
Certo, il desiderio mimetico può percorrere vie opposte. Da un lato esso può volgersi nell’interiorità, e praticare la cura dell’anima e la saggezza. Dall’altro esso può ben realizzarsi nell’acquisizione della ricchezza.
In fondo, entrambe le vie sono forme di “speculazione”, cioè di relazione dell’Io con gli Altri. Solo che questa Alice perennemente davanti allo specchio può tendere sia all’esteriorità, quindi alla proprietà, al fasto e a tutto ciò che il denaro può comprare, comprese le anime, sia all’acquisizione dei saperi e delle virtù, attraverso l’acquisizione degli strumenti della conoscenza. Entrambe, però, a ben vedere, esperienze profondamente faustiane, e infelici, perché ambedue uniformate all’accumulazione progressiva, entrambe accomunate dalla necessità di trasformare un processo vitale in astratto capitale. Tutto sommato, un libro che lascia pochi spiragli.

martedì 5 gennaio 2010

Roberto Saviano: l'arte di narrare l'odio e l'amore

Prima dell’intervista a Panorama in cui Roberto Saviano svelava le sue sorprendenti letture, lo scrittore napoletano era stato nominato socio onorario dell'Accademia di Brera… Ed è tornando con la memoria a quella giornata che ci si rende conto quanto Saviano non sia un personaggio posticcio ma una persona vera. Una cerimonia quasi “free”, come si addice allo stile poco paludato degli artisti. Ma ciò che colpisce è il rapporto instauratosi tra lo scrittore e l'uditorio: studenti breriani, giovani e giovanissimi, richiamati in un baleno dal micidiale tam tam degli sms, delle email, di Facebook, di Twitter.
Tutti in ascolto attentissimo, in religioso silenzio, in massima parte sfidando le oltre due ore trascorse in piedi, pigiati come sardine.
Colpisce e fa pensare proprio questa grande capacità di ascolto, davvero rara in un panorama mediatico affollato da personaggi che si parlano addosso, che praticano l'interruzione sistematica, l'insulto o l'aggressione come scontati succedanei del dialogo. Una lezione di compostezza che commuove ancor più perché gli attori sono virtualmente figli o nipoti delle generazioni che oggi occupano lo spazio della parola pubblica. Sono i giovani senza “voce in capitolo”, per l'appunto, ma che all'occorrenza sanno prendersela con la forza.
Però, di fronte, o meglio, in mezzo a loro, questa volta c'era una persona particolare: simile l'abbigliamento, analoghi i gesti, identico lo sguardo, indistinguibili le movenze. Potrebbe essere lui, Saviano, uno studente tra gli studenti, e del pari uno studente o una studentessa potrebbero trovarsi al posto suo, in un scambio delle parti che affascina e un po' inquieta.
Parla di camorra, Saviano, dopo i ringraziamenti di rito. Il suo pubblico di quasi coetanei gli fa da specchio. Tra loro lo chiamato familiarmente “Roberto”, quasi a rimarcare una distanza che non c'è, quasi a sottolineare una vicinanza non solo anagrafica ma anche situazionale.
Colpisce davvero il modo in cui Saviano parla alle folle. Lo fa con linguaggio immediato, quasi ruvido, ma chi è del mestiere capisce che dietro c'è cura e studio. Si avvale di supporti tecnici raffinati ma non straordinari, patrimonio comune dei ragazzi di ogni latitudine e condizione. Dal suo portatile, collegato al proiettore, scorrono siti e immagini. Parla di camorra, Saviano, e parla delle sue molteplici e singolari esperienze di vita, consumate quando era ancor più giovane della media di chi ora lo ascolta; ma mentre la mano sinistra regge il microfono, la destra si muove agile, in alto e in avanti, mimando i gesti tipici del rapper. E il rap, a un certo punto del discorso, o meglio della narrazione, spunta davvero. Basta una semplice connessione a YouTube ed ecco la viva musica di un sincopato rap napoletano. Canta la mattanza quotidiana, lo spaccio, lo squallore della periferia, la vita di tanti, di troppi, che è vita perduta e comunque amata.
Musica e parole hanno descritto tutto questo anonimo orrore due anni prima delle grandi inchieste – dice Saviano –. Musica e parole hanno raccontato più di tanti voluminosi libri di sociologia. Bastava ascoltare – dice Saviano – era già tutto lì.
E traduce, Saviano. Traduce da un vernacolo che non può esser definito neppure “napoletano”, perché è un linguaggio ibrido, contratto. Lingua franca degli slum. Alcuni studenti dal look rasta ascoltano e accennano danze, guardano con gli occhi, ma guardano anche con le orecchie, e rispondono col corpo.
Modula l'accento, Saviano, transitando con maestria dall'asettico italiano al dialetto. L'inflessione, lasciata cadere ad arte, colora di appartenenza la sua storia. Un'appartenenza tra le tante, tutte insieme egualmente degne.
Affascina, Saviano, quando svela il vero significato delle parole, quasi sempre violente, sempre estreme. Sapete che vuol dire “Finisce c'a catena 'n faccia”? Io l'ho visto – dice Saviano – perché quando si ammazza uno e questo cade a faccia in giù la catenella d'oro salta e si piazza sulla faccia, e lì si attacca, come incollata dalla morte. E poi della morte in quei posti si ha un concetto tutto diverso – dice Saviano – si partecipa alla morte. Tutti nel quartiere sanno quando uno “deve” morire. Diventa un fatto collettivo, quasi sociale.
E poi c'è il gusto della morte – dice Saviano – tanto è vero che io a un certo punto dovevo andare a vedere di persona. Sempre. Per capire, per rendermi conto della realtà. Quando uno viene sparato nello stomaco, per esempio, senti la puzza di quello che ha mangiato, ma non ti fa paura.
C’è perfino una “educazione sentimentale” che viene dalla violenza e dalle condizioni estreme – dice Saviano – perché in queste realtà i sentimenti sono forti, sono veri. L'amicizia, l'amore, l'appartenenza non sono un gioco, anche se per essi ti puoi giocare in un attimo la vita. Ti spieghi allora la forza di penetrazione dei neomelodici, che aggirano il mercato ufficiale e catturano un successo incredibile, snobbati dalla critica e dagli intellettuali – dice Saviano – che a questa casta in realtà appartiene quanto e più di tanti altri.
E dunque amore e morte, e poi violenza, audacia, paura, brutalità, passione: questi gli ingredienti. Antichi come il mondo. Ma sempre nuovi, esattamente come il mondo che rinasce alla vita, dietro gli occhi e dietro i pensieri dei giovani. A patto, però, che li si sappia raccontare, a condizione di usare il linguaggio giusto, che mai come al giorno d'oggi deve essere un linguaggio altamente emozionale. Saviano: una sirena che affascina e commuove, come gli antichi cantastorie. Saviano il retore, come sarebbe stato qualificato in un tempo remoto, prima che la parola assumesse un significato negativo, non si sa bene perché. Oggi egli si definisce “scrittore”. Ma prima ancora, questo suo saper narrare cose bruttissime ma anche bellissime, come lo sono tutte le vere storie, lo colloca in una posizione lasciata incautamente sguarnita dai tanti consiglieri delle masse che affollano di noia le serate televisive e le piazze telematiche. Se saprà reggere la tensione interiore, questo virgulto di una nuova retorica riserverà in futuro molte molte sorprese.