Il bello del recente volume di Jaron Lanier Tu non sei un gadget è che esso si apre con una domanda insolita, almeno in un libro interamente dedicato all’informatica, alle realtà virtuali e al web. La domanda è: che cos’è una persona? Infatti, se è vero che le tecnologie modificano il senso del luogo, del tempo e dell’arte, allora esse condizioneranno anche le relazioni umane, quindi ne risentirà la definizione stessa di “persona”.
Da questa premessa i tre primi e densi capitoli, dedicati alle “Persone scomparse”, all’”Apocalissi della rinuncia al sé” e ai pericoli della “noosfera”, temine, quest’ultimo, coniato com’è noto dal filosofo Pierre Teihard de Chardin ma che oggi è diventato impropriamente sinonimo del concetto di “intelligenza collettiva”.
Se l’attacco al tipo di cultura emergente provenisse da un intellettuale retrò, dal classico nostalgico nemico dichiarato delle tecnologie, nessuno si stupirebbe. Lo scandalo sta invece nel fatto Jaron Lanier è un riconosciuto genio dell’informatica, tra l’altro inventore della realtà virtuale, appassionato esploratore di territori borderline che connettono la computer science con la psicologia cognitiva, le neuroscienze, la medicina e perfino la musica. Lanier era ed è uno dei nodi fondamentali nella storia dell’hi-tech digitale. Per questo il suo libro ha provocato un terremoto di settimo grado nel panorama della cultura internettiana.
Già, perché tra le altre cose Tu non sei un gadget (Mondadori, 268 pagine, 17,50 euro), il cui sottotitolo recita “perché dobbiamo evitare che la cultura digitale si impadronisca delle nostre vite”, analizza gli immensi danni prodotti dal “collettivismo” informatizzato, accusato di celare dietro un nuovo genere di messianesimo tecnologico i peggiori danni alla creatività, alla cultura, alla civiltà.
Superfluo ricordare che Lanier è stato subito accusato di tradimento da larga parte del popolo del web che si identifica con la “cloud”, cioè con la nuvola puntiforme di anonimi individui connessi che penserebbe e agirebbe più velocemente e meglio di qualsiasi individuo: la fantomatica “mente-alveare”.
Il cloud computing d’inizio millennio sembra dominato dall’ideologia collettivistica che si incarna nella cultura open o free. Il dominio di questa ideologia provocherà molto presto un collasso sistemico di proporzioni gigantesche. Gli argomenti di Lanier sono stringenti, ma in queste brevi note possono essere solo accennati. Per esempio, è un errore confondere la libertà di espressione con l’assenza di transazioni nello scambio d’informazioni. Immaginiamo cosa accadrebbe se si applicasse la stessa metodologia al denaro o alle merci. Alla fine si approderebbe alla stagnazione, ed è ciò che sta accadendo grazie al file sharing. Lo scambio gratuito di film, video o musica attinge all’enorme serbatoio di quanto è stato realizzato nel passato ad alto livello, ma del pari scoraggia le intraprese di livello altrettanto elevato.
Il risultato paradossale è l’emersione di una sottocultura planetaria che, pur dichiarandosi rivoluzionaria, nei fatti è ferocemente conservatrice. Gli indizi sono molti: nonostante i progressi tecnologici, il mondo giovanile sembra intrappolato nella cornice intellettuale degli anni Settanta. I cambiamenti epocali nelle forme di comunicazione non ispirano più (come è accaduto nelle rivoluzioni sistemiche del passato) altrettanto pensiero ed arte straordinari. Al contrario, l’apatia e la ripetizione regnano sovrane e il mondo intero sembra sul punto di soccombere al torpore della bella addormentata nel bosco.
Le critiche serrate al collettivismo e al totalitarismo tecnologico vanno dunque crescendo, e non alla periferia del sistema, ma dal suo stesso cuore. Ritroviamo le considerazioni di Lanier in Il lato oscuro della rete di Nicholas Carr, che però in The Shallows. What the Internet Is Doing to Our Brains, il suo ultimo libro, da poco uscito negli Usa, rincara la dose esaminando la letteratura scientifica che riguarda gli effetti subliminali della cultura digitale, sulla scia degli studi che hanno verificato gli effetti della televisione, della stampa e della scrittura. E gli effetti appaiono devastanti; per esempio quelli derivanti dall’erosione della memoria di lungo periodo, la memoria profonda, che consente di produrre catene di ragionamenti complessi. Critiche affini provengono da B.J. Fogg, psicologo cognitivo che studia le strategie di persuasione occulta favorite dal web.
Sorge spontaneo paragonare lo stile interventista anglo-americano a quello “continentale”. Anche in Europa si è discusso il collettivismo internettiano, basti ricordare Il culto di Internet. L’interconnessione globale e la fine del legame sociale, di Philippe Breton, oppure non la criptica trilogia Sfere, di Peter Sloterdijk. Benché statunitense, anche David F. Noble, autore del ben noto The Religion of Technology, risente di questa impostazione puramente critica. Però tali importanti intraprese restano pur sempre alla periferia dell’apparato che analizzano, perché interamente concepite nella cornice di pensiero della stampa. I tecnologi, più prammatici, mirano invece al cuore del sistema. Da qui la tendenza di Lanier ad analizzare ma poi a proporre correttivi concreti, pratici.
Prendiamo ciò che egli chiama il “riduzionismo dei sistemi informativi”. Tutti i sistemi informativi hanno bisogno di dati per funzionare. Un esempio è l’anagrafe, senza cui non può esistere alcuna moderna burocrazia. Però, nella vita reale nessuno pretende di ridurre una persona all’insieme dei suoi dati. Ma è invece esattamente quello che accade in Facebook, MySpace oTwitter, dove la persona astratta oscura quella reale. Per una sorta di “effetto imbuto” gli utenti dei social network sono costretti a gestire senza sosta la loro reputazione online, in una corsa a ostacoli dove peraltro sono premiate l’insincerità, la scaltrezza, l’opportunismo o il carrierismo. E allora? Allora tutto sta a ripensare il software che consente ai Social Network di favorire i peggiori comportamenti, come ad esempio il terribile fenomeno del “troll”, termine con cui si indica chi, protetto dall’anonimato, lancia insulti e provocazioni in un ambiente online. Esso è figlio dell’ideologia della violazione, secondo la quale tutto può essere profanato, denudato, vilipeso, svelato. Il fenomeno ha conquistato la cronaca per i numerosi casi di suicidio indotti da tali aggressioni collettive e anonime. Eppure, secondo Lanier, essi possono essere rettificati, intervenendo proprio sul design dei software. E qui vengono al pettine i nodi: tutto dipende dalle scelte politiche.
In realtà Lanier non è un isolato. È in azione un preciso ambiente culturale di altissimo profilo. Ad esempio le sue idee sulle possibili (e davvero sorprendenti) innovazioni positive nel settore della finanza e del commercio internettiani si avvalgono dei contributi di personalità che stanno fondando un nuovo paradigma. Tra queste il biochimico Stuart Kauffman, l’astrofisico Lee Smolin, il matematico ed economista Eric R. Weinstein. Un intero ambiente culturale si aggrega per sollevare questioni cruciali e proporre risposte innovative.
Le sconcertanti qualità delle realtà virtuali e del web, ripensate su altre basi, squadernano infatti possibilità espressive a dir poco sbalorditive. Ritroviamo in queste pagine il Lanier di venti anni fa, che esponeva le sue idee pionieristiche sulla comunicazione post-simbolica: informazione che supera i vincoli dei simboli. Il che, dal punto di vista di un tecnologo, significa trascendere i limiti dei linguaggi di programmazione vigenti. In breve, realtà virtuale e comunicazione post-simbolica in assenza di protocolli. Ma si badi, la chiave di volta che regge l’intero progetto è proprio il termine “comunicazione”. Un approccio umanistico dichiarato, che si avvale della tecnologia e la fonda, ma per rafforzare i legami positivi tra le persone. Qualcosa che il totalitarismo cibernetico non potrà mai capire.
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