domenica 29 agosto 2010

La sacralità? Secondo Stuart Kauffman è l'altro volto della scienza

Un titolo eccentrico per un libro ancor più strano, ma vale la pena suggerirlo quale lettura estiva di qualche impegno. Si tratta di Reinventing the sacred. A New View of Science, Reason, and Religion, di Stuart Alan Kauffman, e nella versione italiana a cura di Mario Rasetti, da poco uscita per Codice edizioni, Reinventare il sacro. Una nuova visione della scienza, della ragione e della religione. Però, per chi ne avesse voglia e tempo, il consiglio è di leggerlo nell’edizione originale, da pochissimo anche in paperback (320 pag., 16,95 $). Infatti, non sempre s’incontra uno scienziato di fama mondiale che sappia anche esibire una scrittura corposa, esuberante, in una parola “complessa” quanto è giusto aspettarsi da uno dei riconosciuti maestri della complessità. Perché questo è Stuart Kauffman, fondatore e direttore dell’Institute for Biocomplexity and Informatics, già professore emerito di biochimica all’Università di Pennsylvania, poi al Santa Fe Institute e attualmente alla Tampere University of Technology, in Finlandia.

Tra i maggiori studiosi dell’origine della vita, Kauffman è autore di volumi celebri, come A casa nell’universo ed Esplorazioni evolutive. Però, questa sua recente fatica si discosta dalle precedenti, perché in essa vengono al pettine nodi basilari del nostro presente. Sono temi urgenti, se non drammatici. L’umanità ha un futuro? Oppure la sua stessa intelligenza tecnologica terminerà con l’autoestinzione? Per quale motivo è necessario ripensare la vita associativa muovendo da un fatto apparentemente così poco scientifico qual è il sacro? E che s’intende, oggi, per “sacralità”?

Sono domande che fanno tremare i polsi. Intanto, reinventare il sacro è una petizione in sé contraddittoria, apparentemente sacrilega. Se Dio esiste e se il mondo è espressione delle sue leggi, allora il sacro non è oggetto di invenzione. Ma questa contraddizione si diluisce alla luce della storia recente.

Religioni e credi producono sovente concezioni conflittuali; ma un tempo esse erano separate da confini politici, geografici, storici e culturali. Oggi, invece, subiscono un reciproco collasso a causa del processo irreversibile della globalizzazione. Anche le due culture per antonomasia, la scienza e la fede, non possono più permettersi di agire come i blocchi nella Guerra Fredda, l’uno antitetico all’altro, in reciproca, diffidente, inutile guerra di posizione.

Se questo stato di cose perdurerà, il collasso sistemico non potrà essere evitato. Da insigne biologo, Kauffman ricorda che il processo della vita è caratterizzato dall’autoestinzione tanto quanto dall’evoluzione. Non siamo quindi al riparo in virtù di qualche oscuro privilegio. I mille quotidiani eventi catastrofici su vasta scala, causati dall’atteggiamento predatorio di aggregati economici e politici, sono solo i campanelli d’allarme di un cataclisma di proporzioni inimmaginabili. Un segnale potrebbe essere la crescente fortuna di quel dubbio imaginario catastrofista che cattura l’inconscio collettivo.

Bisogna dunque ripartire da nuove basi. Come? Per Kauffman nozione centrale è la sacralità della vita. Ma cosa è la “vita”? Dal punto di vista della scienza più avanzata tutti gli esseri viventi sono accomunati dal fatto di essere “entità autocatalitiche”. La nozione deriva dall’autopoiesi di Humberto Maturana e Francisco Varela, ma se Kauffman è filosofo, egli è anche sommo scienziato. Il suo maggiore contributo alla biologia consiste proprio nell’avere dimostrato una proprietà basilare degli esseri viventi: la vita si costituisce seguendo procedimenti non algoritmici, vale a dire imprevedibili e, soprattutto, aperti. La varietà sbalorditiva delle forme viventi sul nostro pianeta non è che l’infinitesima porzione delle potenzialità evolutive. Nessuna di esse può essere iscritta in un ipotetico registro delle forme platoniche.

Il secondo basilare principio è la coevoluzione. Non esistono entità o sistemi isolati. Al contrario, tutte le trasformazioni si giocano sul terreno della reciproca interazione. Terzo e ancor più potente concetto: gli enti e gli eventi che si manifestano a una determinata scala dell’universo sono retti da statuti autonomi, non in contrasto con le leggi fisiche, ma non per questo riducibili alle leggi fisiche. Ciò significa rigettare il riduzionismo e abbracciare il pensiero “olistico”. Con la differenza, rispetto a noti divulgatori stile new age alla Fritjof Capra, che le fondamenta scientifiche di Kauffman sono solidissime e oramai incontrovertibili.

In altre parole l’organizzazione molecolare, la nascita della vita, l’emersione degli agenti autonomi, la biosfera e poi ancora l’uomo, con tutta la sua storia che ha prodotto significati, valori, culture e strutture economiche, non sono entità riducibili a essenze più semplici che le compongono, ma sono invece “organismi”, dotati di coerenza interna.

Tutto quest’apparato di vertiginosi concetti sembra lontano dall’urgenza della rifondazione della sacralità, ma non è così. Lo dimostra lo splendido capitolo sul cammino della moralità. Anch’essa – dice Kauffman - si evolve col trascorrere della storia, per mezzo dell’emersione di risoluzioni innovative e imprevedibili, che seguono una legge matematica definita “global Pareto optimality”, ossia l’“efficienza globale paretiana”.

Alla remota radice vi sono gli studi sulla distribuzione del reddito del celebre economista Vilfredo Pareto. Ma è del tutto inedito il fatto che queste analisi matematiche possano essere applicabili anche alla questione della stima dei diversi valori morali, in uno spazio concreto delle scelte etiche. Dunque, i valori si evolvono non meno delle civiltà; il che, peraltro, significa che l’evoluzionismo in senso stretto non è nemico della morale, ma al contrario una delle sue basi.

Anche muovendo da impostazioni scientifiche molto diverse, si nota una sorprendente convergenza. Per esempio l’antropologo Joseph A. Bulbulia, docente alla Victoria University of Wellington, in Nuova Zelanda, e uno tra i massimi studiosi dell’evoluzione delle religioni, sostiene che la religiosità obbedisce a un preciso disegno adattivo. Le cognizioni religiose (e il senso del sacro) anche prescindendo dalle specifiche idee, sarebbero funzionali alla sopravvivenza delle collettività. Se si esaminano i vari sistemi religiosi ricorrendo agli strumenti matematici della teoria dei giochi si scopre che essi, sorprendentemente, hanno sempre un alto valore adattivo. Le dottrine morali sono dunque intrinsecamente connesse alla sopravvivenza delle collettività, anche se si adotta una cornice di riferimento neoevoluzionista!

Nel mondo attuale, però, questa considerazione si traduce in un caso estremo e globalizzato del cosiddetto “dilemma del prigioniero”. Kauffman avverte che il collasso e la con-fusione delle varie civiltà che va sotto il nome di “globalizzazione” non è sinonimo di civiltà globale. Che cosa manca per crearla?

Ci manca un’etica globale. Del resto anche in Italia il teologo Vito Mancuso, attento alle voci che provengono dal mondo della scienza, avverte che esiste un profondo bisogno del ritorno alla dimensione sacrale della politica, all’interno di una cornice di riferimento che preveda la negoziazione di tutte le istanze.

Ma ad aprire la breccia in realtà è stata la letteratura fantastica, e più di un secolo fa. Che l’umanità debba trovare una sintesi di tutte le sue ragioni etiche e culturali è apparso chiaro fin dai primi passi di quel processo irreversibile definito “globalizzazione”. Le differenze, pur necessarie, di lingue, costumi, tradizioni, dovranno un giorno trovare una sintesi superiore. Vari furono gli espedienti narrativi per giustificarla. Herbert George Wells, nel romanzo In the Days of the Comet (1906), immaginò un cataclisma planetario da cui sarebbe derivato il prodigioso dono di un misterioso gas, capace di agire su tutti i viventi, orientandoli verso il bene comune: «Il grande risveglio derivò direttamente dalla trasformazione – scriveva Wells – l’ultimo, il più profondo, il più esteso, il più durevole di tutte le grandi ondate di sentimento religioso e al quale si dà questo nome». Notevole anticipazione dei concetti di Kauffman è proprio questo connubio tra una superiore moralità e la nuova percezione della sacralità della vita.

Dal canto suo Isaac Asimov ipotizzò l’unità politica, economica e morale del pianeta per mezzo di una futuribile ingegneria fisica e sociale. Poi, nella saga di Star Trek l’unità della Terra, inserita in una confederazione planetaria, si fondò su un sottinteso concetto di reciproca accettazione delle differenze, a sua volta base del superamento della lotta per la sopravvivenza. Per ottenere questa necessaria rivoluzione senza alcun spargimento di sangue bisogna allora mettersi in ascolto - dice Kauffman – occorre rifondare l’Eden, e serve riscoprire il senso della reverenza che pone il miracolo della vita. È lo steso messaggio contenuto in Avatar; peccato che sia stato sciupato in un deludente film.

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