venerdì 4 giugno 2010


Chi governa il web? Nessuno! Il web si autoregola e si autogoverna. Così si esprimevano i guru della imminente rivoluzione comunicazionale agli esordi della rete. Questa patente assurdità, costantemente smentita dai fatti, circolava a quei tempi quasi fosse il verbo rivelato, e circola ancora; anzi, essa viene riproposta da autorevoli leader politici come un dogma che non ammette obiezioni.
Per questo fa discutere la sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato tre dirigenti di Mountain View, California, per aver consentito la pubblicazione su YouTube, sia pure per poche ore, di un video che riprendeva un minore disabile picchiato e insultato da altri ragazzi. La protesta di Google , proprietaria di YouTube, non si è fatta attendere. E fin qui nulla di strano, perché le fortune della più potente e facoltosa azienda del mondo virtuale sono strettamente vincolate alle regole della finanza.
Il teorema è semplice: se l’informazione è denaro, e se è vero che la libera circolazione del capitale finanziario garantisce l’espansione economica, allora anche l’informazione deve assolutamente circolare - costi quel che costi - quanto più liberamente possibile. L’ideale sarebbe anzi che essa circolasse senza limitazione alcuna, indipendentemente dai contenuti. In questa logica ogni ostacolo al vitale flusso sanguigno dell’informazione-denaro deve essere considerato come un pericoloso angioma, da rimuoversi tempestivamente con una angioplastica, se non addirittura ricorrendo al bisturi.
Però c’è un problema. Anzi due. In primo luogo i contenuti. A differenza del denaro, essi non sono mai neutri. Se è vero, seguendo l’apoftegma attribuito a Vespasiano, che pecunia non olet, che insomma il denaro non puzza, non altrettanto si può dire di qualunque contenuto diffuso nel web, e meno che mai di quello che ha motivato la sentenza dei giudici torinesi e che ha scatenato un maelstrom internettiano di portata planetaria.
Inoltre, si può all’infinito discutere sulla liceità dei metodi e degli obiettivi di un’azienda, ma se a difendere quell’azienda, o meglio quel modello aziendale, scendono in campo autorevoli rappresentanti del mondo politico che appartengono alla stessa nazione in cui ha sede il centro gravitazionale di quell’azienda, e se si invocano in questa difesa nientemeno che i diritti inviolabili della democrazia, allora lo scenario cambia completamente. La nota ufficiale dell’ambasciata americana di Roma che risponde alla decisione dei giudici torinesi invocando «il principio fondamentale della libertà di internet, vitale per le democrazie» trasforma immediatamente un episodio dalle banali connotazioni penali – l’aver sanzionato i responsabili legali della diffusione mediatica di un gesto disgustoso – in un problema politico di interesse generale, anzi globale.
E qui la prima contraddizione: come può uno stato sovrano pretendere di legiferare su una materia così delicata in nome e per conto di tutti gli altri stati sovrani? Una così netta presa di posizione è democratica o autocratica? E poi, che si intende per “democrazia”? In nome della democrazia tutto dovrebbe essere consentito? In nome della democrazia nessun giudice o legge dovrebbe metter mano a quanto circola in rete?
Il paradosso si ingigantisce se a essere chiamate in causa sono le istituzioni di stati altrettanto democratici del grande moralizzatore statunitense. Con la Cina, ad esempio, è facile adottare due pesi e due misure: da un lato le parole di condanna alla censura cinese espresse da Hilary Clinton, dall’altra l’accettazione di regole stringenti da parte di Google e degli altri motori di ricerca statunitensi, disposti a tutto pur di conquistare il più vasto mercato virtuale oggi esistente. Ma nel caso dei paesi democratici i due pesi e le due misure non funzionano. Ed ecco la necessità di invocare princîpi così generali e astratti da generare l’assurda convinzione che i giudici torinesi siano stati artefici di un vero e proprio ostracismo, una espulsione dal contenuto eminentemente politico.
Però i giudici si sono in realtà limitati a ostracizzare semplicemente un determinato contenuto offensivo e rivoltante, se non addirittura moralmente pericoloso. Grandi aziende come Google possono tranquillamente sopportare l’espulsione o l’omissione di qualche frammento di informazione, e di fatto accettano ben volentieri questa logica, se per l’appunto imposta da immensi mercati potenziali come quello cinese. Ma se la sanzione coinvolge direttamente i quadri dirigenti dell’azienda, ecco che si apre la vexata quaestio della lesa democraticità dei contenuti.
In conclusione, il web abbatte la sottile ma importante barriera che corre tra l’immaginazione e l’azione. Questo lo sanno tutti. Perciò, tra il dire e il fare l’imprendibile universo virtuale non solo non mette di mezzo il mare, ma non frappone neanche un capello. E così ci si trova a dover fare i conti con un dilemma insolubile: garantire la libera espressione di tutti e consentire la libera espressione a tutto. Si passa insomma da un diritto astratto, riconosciuto erga omnes in base ai suoi statuti morali, a una licenza sovrana elargibile ad personam, della quale, però, tutti gli emissari, senza distinzione, sono in teoria i liberi possessori. Non c’è da invidiare il povero legislatore alle prese con una materia così sfuggente.

Nessun commento:

Posta un commento