venerdì 26 giugno 2009

LUCI OLTRE L'ORIZZONTE (testo per il volume di presentazione del dipartimento di Nuove tecnologie per l'arte dell'Accademia di Brera)

Fotogramma tratto da "Regeneration" (Igor Notte, 2008)

Non è che l’inizio. Il senso comune lo percepisce da tempo, trasfigurando l’intuizione collettiva in proiezioni molto particolari. Sono, queste ultime, le matrici della letteratura fantastica.
Dunque, non è che l’inizio di una crescita esponenziale. È arduo immaginare dove questa condurrà. Le più ardite rotte, tracciate dall’immaginazione degli artisti e dei poeti, potrebbero apparire tra meno di un secolo timidi brancolamenti nella penombra.
Si preparano rampe di lancio per astronavi intergalattiche, veicoli per immersioni mai intraprese nelle profondità della psiche, strumenti intelligenti che colonizzeranno l’infinitamente piccolo, e si annunciano Alter Ego artificiali, che moltiplicheranno l’idea stessa della differenza. Allora si infrangeranno le mitiche colonne d’Ercole del cielo stellato sopra di noi e delle verità morali dentro di noi. Forse tutto ciò sarà al di là della durata di una vita media attuale. Però ai prodromi ne partecipiamo da tempo.
È a tutti gli effetti un mutamento radicale di tutti i generi, autentica metabasis eis allo genos, sistematica trasgressione assoluta, e di proporzioni ciclopiche. Senza alcun dubbio si tratta anche di un macrofenomeno che spaventa, che intimorisce. Di più: in alcuni casi questo annunciarsi di realtà dai confini indefiniti ma sempre critici, provoca la ripulsa, il rigetto di un consolidato sistema immunitario della psiche. Perché negarlo? Parte delle reazioni di resistenza o di attaccamento regressivo alle tradizioni deriva proprio dall’apertura degli orizzonti a cui si assiste, e in presa diretta, da molti decenni. Perché solo da alcuni decenni l’occhio dell’osservatore percepisce il passaggio di stato nel momento in cui esso si verifica, senza quasi camere psicologiche di decompressione.
Eppure, anche il rigetto potrebbe far parte del progetto. Se questa è la sistole che sospinge la pressione del divenire, è necessario che insieme ad essa si esprima una altrettanto possente diastole, individuabile del resto in varie e consonanti espressioni. “Conservazione”, “difesa”, “sostenibilità”, “salvaguardia”, “protezione” fanno ormai parte di questo lessico della risposta immunitaria alla dilatazione di tutti i confini. In tempi relativamente recenti si è aggregata la magica parola “decrescita”. Parimenti, ai piani alti del pensiero e dell’azione, la decompressione e la distensione sono evocate per intervento di entità universali. Mistiche e metafisiche antiche si fondono a sensibilità moderne, e ad esse si mescolano, si compenetrano. Ma nulla di tutto ciò può modificare di un solo granello lo squadernarsi dell’orizzonte degli eventi, del quale siamo tutti spettatori attivi.
Del resto, processi di decentramento e di concentrazione seguono ogni forma di innovazione tecnologica, dall’alba dei tempi. Entrambi i movimenti sono compresenti, consistenti e coerenti. Il decentramento si può anche definire una frammentazione che precede l’ espansione. L’accentramento è del pari un processo di condensazione che precede la contrazione.
Tuttavia, l’accento va posto in quel prodotto logico, che designa il valore di verità della funzione. Nel prodotto logico, come è noto, entrambi i termini o atomi logici devono essere veri. Perciò, non esiste contraddizione alcuna nella contemporanea presenza sul piano logico di principi che governano l’espansione e la contrazione. Come del resto non è mai esistita. La storia della tecnica, forse ancor più della cronaca di eventi memorabili, esibisce continuamente questa antitesi convergente, a sua volta intuitivamente fondata su una sorta di asimmetria generalizzata, che ridefinisce continuamente lo stato di equilibrio del sistema.
Consideriamo ad esempio le città-stato dell’antica Mesopotamia, con le loro possenti architetture (esse stesse innovazioni tecno-politiche). Perfino nelle forme queste entità rappresentarono l’accentramento amministrativo, a sua volta fondato sull’invenzione e sul perfezionamento della scrittura. La quale, in quelle remote realtà, scaturiva dalle mutate esigenze della contabilità. L’archeologia accredita tale ipotesi, agli occhi dei contemporanei poco intuitiva, perché siamo visceralmente vincolati a una concezione narrativa del primevo sistema di modellizzazione esterna. Accettiamo infatti con difficoltà l’idea che l’astrazione preceda e addirittura possa fondare la rappresentazione. Eppure, nel tempo, è accaduto che la scrittura, scaturita da una efficienza militare e amministrativa fondamentalmente accentratrice, abbia generato suo malgrado una indomabile forza centrifuga, una immane pressione sistolica, e in quasi totale assenza di vasi che la contenessero.
Disseminazione e moltiplicazione (della memoria, dei saperi, dell’immaginazione) ne costituiscono le note caratteristiche dominanti. Affrancatasi dal calcolo ottimale e dall’enunciazione delle leggi, la scrittura si apre sorprendentemente a tutti i concepibili voli dell’anima, e dopo alcuni millenni anche a quelli inconcepibili, forzando i suoi stessi statuti. È un processo che supera ogni verifica, e che non è mai terminato.
Altri tempi altre complessità; e nuove modalità di contrazione ed espansione. Accade un fenomeno analogo con l’invenzione della stampa (prima autentica rivoluzione industriale e tecnologica) emersa dalla cultura degli scriptoria e dalla nascente riorganizzazione politico-commerciale del basso medioevo. Però, da quella innovazione del pensiero in parole e forme derivò nel volgere di meno di un secolo come si sa anche la prima cartografia stellare.
L’universo per la prima volta si apriva, si espandeva, si moltiplicava per effetti cumulativi mai prima sperimentati. Il ruolo dell’uomo nel cosmo del pari vacillava. Ecco un particolarissimo moto centrifugo tridimensionale, che disintegrava al suo capillare passaggio miti millenari e consolidate credenze, solo però per gettare le basi per altri miti, per nuove credenze.
Eppure, la tecnologia della stampa esibì contemporaneamente e con pari forza una indomabile energia centripeta. Essa si incarnò nelle amministrazione burocratiche dei nascenti stati nazionali, orientò e standardizzò le idee, stabilizzò procedure di ogni tipo, sacre e profane, come ha illustrato nei suoi magistrali studi Elizabeth Eisenstein.
Sistole e diastole, dunque. Concentrazione ed espansione. Pressione verso l’interno e pressione verso l’esterno.
E che dire della radicale trasformazione iniziata in piena Belle époque? Lì non fu soltanto lo spazio ad esserne investito, ma anche il tempo. Il Kern – è noto - ne trattò, con profondità e insuperabile leggerezza. Telefono, telegrafo e poi applicazioni varie della scoperta delle onde hertziane squadernarono le mai prima immaginabili potenzialità del trasferimento quasi istantaneo dei pensieri, delle parole e delle azioni. Verrà poi l’era del trasferimento in massa delle opere: è la realtà che viviamo in presa diretta. Ancora di là da venire il trasferimento dei corpi. Ma diamo tempo al tempo.
Ciò che al contrario preme in queste brevi note è richiamare l’attenzione sulle nuove forme di concentrazione/dispersione, di pressione interna e di pressione eterna.
Per qualche attimo con gli occhi della mente supponiamo di tornare a godere un romantico paesaggio urbano fin de siècle, affollato di cavalli e carrozze, tra redingote, tube e occhiali a pince-nez. Tutto scorre abbastanza lentamente, tutto sommato. Eppure si percepisce – è notizia accreditata – che quasi d’incanto sia ormai possibile manipolare insieme spazio e tempo. Dicono che si possa parlare a distanza; pare perfino che quei vecchi segnali elettrici che viaggiavano sul filo possano ormai abbandonare quel noioso cordone ombelicale, steso ad impigrire sui pali, per chilometri e chilometri. Mentre nel vuoto, con uno schiocco di dita, accade qualcosa di così pulito, di così etereo.
Nasce l’illusione, presto smentita dai fatti, di poter perfino controllare gli effetti dei nuovi processi del pensiero e dell’azione. Quale che sia l’uso pratico delle nuove invenzioni, quel che conta davvero è l’effetto psicodinamico che esse introducono ai vari livelli. Se è possibile generare la sensazione della quasi ubiquità e della quasi istantaneità, allora è anche possibile concepire il tempo in modo elastico, nonché ridefinire i millenari principi di causalità.
Anche dal punto di vista fisico fu l’inizio di un processo di espansione senza paragoni per velocità e profondità. I primi segnali radio furono anche i primi viaggi nello spazio, a tutti gli effetti le avanguardie del genere umano nel cosmo. Siamo ancora qui, in attesa di costruire le tecnologie necessarie e sufficienti per metterci con profitto al loro inseguimento. Anche in questo caso è solo questione di tempo. Nel frattempo non si può non notare che quelle antiche invenzioni, per quanto primitive, avevano invertito una rotta. Se fino ad allora l’uomo si era limitato a “ricevere” ciò che proveniva dai cieli, dai meteoriti ai raggi luminosi, da quel momento in poi si rispondeva alle stelle, dapprima con i segnali, poi con i prodotti di una sempre più sofisticata ingegneria. Sistole senza precedenti, energia centrifuga in vertiginosa espansione.
E la sua diastole? È il pianeta stesso, il quale per la prima volta viene percepito nella disperante finitezza dei suoi ferrei vincoli geometrici. La casa comune sì, ma anche la prigione comune. Da qui le splendenti riflessioni di Peter Sloterdijk, che interpreta la costruzione di una sfera ipertecnologica nel segno di una compensazione necessaria, ma non sufficiente, per la perdita della dimensione celeste arcaica. Metropoli, autostrade e reti elettroniche in espansione, ma quali mere estensioni progressive del nostro vagabondare nei meandri delle geometrie non euclidee. Tutto questo al solo scopo di evitare che lo sguardo si posi su quel cosmo ormai nudo, insensato e per ora irraggiungibile, sostituendo alla correlazione con l’altrove l’involucro falsamente rassicurante e protettivo di una terra moltiplicabile.
Così siamo approdati nell’odierna realtà mista, metà virtuale e metà reale. Viviamo immersi nell’illusione che i segni significativi siano soprattutto elementi narrativi di un vissuto comune. L’intersezione tra i vari media, favorita dalle tecnologie digitali e satellitari, sembra al giorno d’oggi strutturare un intricato tessuto di relazioni tra l’oggetto immediato, che cade sotto i nostri sensi, e quello mediato, nelle quasi infinite varietà dell’offerta simbolica tecnicamente manipolabile. Tentare di emergere alla superficie di questa realtà “imbollata”, o anche di toccare il fondo di un tale oceano di vibratili emozioni, appare impresa ardua, se non impossibile.
Mentre è vero esattamente l’opposto, e cioè che più aumenta la complessità tecnologica, più gli elementi narrativi - chiamiamoli pure sistemi di riferimento valoriali - fungono da epifenomeni di un sostrato computazionale che li sostiene, proprio come il sughero di oraziana memoria, che se ne va chissà dove, cullato senza direzioni apparenti dalle correnti dell’oceano nel quale è immerso.
Tuttavia, la somma di queste due forze in gioco non può essere pari a zero. Vale invece il principio della esplorazione del “possibile adiacente”, introdotto da Stuart Kauffman per giustificare matematicamente l’indefinito accrescimento della complessità in un universo non ergodico.
Nei massimi sistemi integrati del nostro presente, che comprendono spazi fisici, spazi virtuali, e poi (e soprattutto) spazi totalmente astratti, numerici, si giocano le sfide poste dalle nuove complessità, si svelano le inattese creatività di tutti i “possibili adiacenti” contenuti nelle limitazioni intrinseche di queste strutture in movimento. Ancora una volta sistole e diastole sono in reciproca convergenza. Dove ci condurranno questi nuovi avanzamenti nello spazio delle possibilità è impossibile dirlo. Ma nessuno, proprio nessuno, può stare al balcone, tranquillamente a osservare il movimento che scorre laggiù, nella strada.






Milano, maggio 2009

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