di Riccardo NotteL’incubo vola a bordo di un aereo diretto a Boston, però nessuno se ne accorge, finché un passeggero incomincia letteralmente a liquefarsi. L’epidemia divampa fulminea, ma guidato dal pilota automatico il velivolo atterra senza danno, consegnando indenne il suo macabro e ironico carico di scheletri.
Sono le prime, raccapriccianti scene di Fringe, il nuovo serial di J. J. Abrams, autore di Felicity, di Alias e del fortunatissimo Lost, il serial televisivo che iniziava con un altro aereo precipitato sull’isola misteriosa. Sarà forse la sindrome dell’11 settembre, fatto sta che in Fringe le stranezze ad alta quota sono di casa.
Realizzato dalla Warner Bros. e dalla Bad Robot Productions, in onda sulla Fox dall’8 settembre scorso e dal 31 gennaio su Premium Gallery del digitale terrestre di Mediaset (ma in attesa di approdare entro l’anno su una delle reti generaliste) Fringe si annuncia l’erede naturale di X-Files di Chris Carter, o del ben più antico Ai confini della realtà. Come si sa, “fringe” vuol dire “orlo”, “frangia”, ma anche “linea di confine”, cioè il limes, che anticamente separava le terre conosciute dalle regioni meravigliose, arcane o terribili, poste al di là delle mitiche colonne d’Ercole.
Però traslato “fringe” sta anche per “pseudoscienza” o “parascienza”, categorie che indicano quelle ricerche che travalicano le rigide demarcazioni della razionalità, dal teletrasporto ai viaggi temporali, ma anche dalla psicocinesi all’animazione sospesa al controllo della mente. Ecco la chiave di volta dell’inquietante nuovo serial dalla struttura narrativa più simile a un ipertesto che a una sceneggiatura lineare, e che riesce a combinare senza sbavature temi della fantascienza borderline al noir o alla spy-story.
Infatti, quando il volo 627 proveniente da Amburgo atterra con il ventre pieno di passeggeri trapassati e liquefatti entra in scena l’agente dell’FBI Olivia Dunham (la bella, intrigante Anna Torv). Il caso sembra irrisolvibile. Viene allora chiesto l’aiuto del dottor Walter Bishop ( John Noble), genio universale, che negli anni ’80 all’università di Harvard svolgeva ricerche segrete per conto dei militari. C’è solo un problema: da diciassette anni Bishop è rinchiuso in un manicomio e l’unico che possa farlo uscire sotto tutela è il figlio dello scienziato, Peter Bishop ( Joshua Jackson), personaggio geniale come il padre ma scapestrato, ribelle, sempre in giro per il mondo, turbato nel profondo da un genitore fuori dal comune che da bambino gli appariva distratto, distante.
Costretto dagli eventi, il figlio prende a malincuore sotto tutela il padre; così i ruoli tradizionali si invertono, ed è l’inizio di una reciproca scoperta. Nasce un dialogo fra generazioni troppo a lungo ripudiato, ma emerge anche un’intesa intellettuale, fondata sulla comune passione per gli enigmi dell’universo.
Abrams e i suoi collaboratori Alex Kurtzman e Roberto Orci hanno puntato sull’esaltazione di valori che sembravano tramontati: la famiglia, l’amicizia, la squadra. Se all’inizio i personaggi principali sono come monadi infelici, senza radici, disperse dagli alisei che spirano in un mondo globalizzato e senza significato, con il procedere delle puntate essi intrecciano legami affettivi complessi. La stima, la comprensione e perfino l’amore si fanno strada tra le durezze del caotico presente e le inquietudini di un oscuro futuro, annunciato dagli strani casi che i protagonisti devono di volta in volta risolvere.
Ce n’è per tutti i gusti, dai mutanti semiumani ai virus letali, dalle capsule temporali agli “osservatori” di altre dimensioni. Al centro di tutto spicca la figura di Bishop, sintesi fra Einstein e il dottor Frankentein, ma emotivamente fragile, inerme, tanto brillante quanto ingenuo, e dal nome non casuale. Bishop sta per “vescovo” e per “alfiere”. In una puntata si richiama l’attenzione sulla polisemia di questo cognome. Un nome, un destino. Il laboratorio è la sua scacchiera e la sua chiesa; ma se di giorno tra storte e alambicchi egli studia gli arrocchi della mente o le “aperture” del Dna, di notte lo si vede aggirarsi con una Bibbia tra le mani, come usava anche Newton.
In realtà, la figura di Bishop per molti aspetti si ispira a quella del neuroscienziato e inventore eterodosso John Cunningham Lilly, noto esponente del movimento psichedelico californiano, sperimentatore di sostanze psicotrope e tra l’altro inventore della cosiddetta “vasca di deprivazione sensoriale”, utilizzata poi dalla NASA per simulare uno stato di assoluto distacco dal mondo, situazione ritenuta analoga a quella vissuta dagli astronauti lanciati nello spazio profondo. La figura di Lilly ispirò Stati di allucinazione di Ken Russell, cult della fantascienza anni ’80, che Abrams non fa mistero di avere abbondantemente saccheggiato. Nel vecchio film un professore di psicofisiologia in cerca di esperienze extrasensoriali sperimenta la vasca assumendo sostanze allucinogene che gli provocano mutazioni biologiche e genetiche, fino a riportarlo alla condizione bestiale dei primordi (e anche qui la salvezza arriverà dalle relazioni umane, dal rapporto con la moglie e le figlie che sottrae il protagonista dall’abisso di incognite in cui stava per perdersi).
Nel laboratorio di Bishop per l’appunto troneggia una vasca del genere, che lo scienziato trasforma in una sorta di navicella mentale dell’agente Dunham, che sperimenta così l’indecifrabile immersione nell’inconscio di un suo collega ferito a morte. Siamo oltre i limiti della verosimiglianza? Non è detto, perché le grandi innovazioni hanno sempre infranto pregiudizi ritenuti “scientifici”. Invece, si deve affrontare il mistero come una sfida, un’opportunità, per sottolineare che non c’è confine o limite che l’uomo per sua stessa natura non abbia il dovere di superare.
Ma c’è dell’altro. Basta infatti volgere lo sguardo indietro negli ultimi decenni per constatare fino a che punto scienza e tecnologia abbiano condizionato il sistema di pensiero, forgiando convinzioni, speranze, credenze, paure, desideri e aspettative.
In Fringe la nuova cornice di riferimento che sostituirebbe l’attuale viene chiamata “Schema”, fantasma che aleggia in tutte le puntate, benché nell’originale in inglese lo si appelli “Pattern”, termine della psicologia della forma più ricco di sfumature della sua traduzione. Perché il Pattern è un modello, un tipo, un ideale.
Produzioni di vasto consumo come Fringe suggeriscono che bisogna abituarsi all’idea che le categorie scientifiche del nostro presente fra meno di un quarto di secolo muteranno drasticamente, e con esse anche le tecnologie diffuse. È necessario accantonare l’idea che la nostra cornice di riferimento concettuale sia la sola esistente e valida. Lo Schema, o Pattern che dir si voglia, è proprio questo: un’entità dagli scopi imprecisati, che modifica la nostra realtà realizzando antichi sogni della fantascienza, dalla clonazione alle mutazioni genetiche indotte, dai viaggi nel tempo al teletrasporto, dai cyborg alle superdroghe.
E a proposito. Su tutto ciò governa il fattore “accelerazione”. Un agente sistemico, ineludibile e collettivo, che preso in considerazione con serietà polverizza d’incanto certa ideologia decostruttiva che da un po’ di tempo va per la maggiore in ambienti politici o intellettuali regressivamente “progressisti”. Come ad esempio l’ideologia della “decrescita”, propugnata dal sociologo-economista Serge Latouche.
Fringe, come altri prodotti consimili, suggerisce invece che l’accelerazione tecnologica è ineludibile, che la spinta propulsiva, se si vuole prometeica, talvolta perfino distruttiva, non può esser arrestata in nessun modo.
In Fringe l’organizzazione che incarna questa faustiana volontà è la multinazionale Massive Dynamic, colosso economico e scientifico dal ruolo ambiguo, guarda caso fondata dal più stretto collaboratore di Bishop, cosicché, mentre il secondo marciva in un istituto di igiene mentale, il primo gli rubava le idee e si arricchiva. I capi dell’Fbi si servono della Massive Dynamic per attingere a tecnologie avanti di generazioni, però si intuisce che tale struttura mira tramite la sua scienza superiore a conquistare il potere assoluto. Ma per saperne di più bisognerà attendere il mese prossimo. Dopo tredici puntate la produzione è ora in pausa. Da aprire la ripresa delle successive sette, con un finale che si annuncia mozzafiato, ben oltre i “confini della realtà”.

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